M.A.N.I.F.E.S.T.O

settembre 12, 2009 § Lascia un commento

manifesto
Io non riesco proprio a immaginarmelo, quello che si è messo a grattare una per una le piasterlline della parete del corridoio n. 11 nel sottopassaggio di Elephant and Castle, south east londinese, zona ancora centrale, ma non proprio, già rigenerata ma non proprio, in piena espulsione dei suoi residenti, quello si.
Il corridoio 11 è quello che esce verso il centro commerciale più brutto d’Inghilterra, un’oscena accozzaglia di vetri sporchi, ristoranti e negozi con insegne che sembrano estratte a caso dalla libreria di font e clipart di windows2000 e pareti di vernice rossa che sta spelando ovunque come un vecchio elefante imbalsamato, lasciando intravedere l’originale pelle rosa (ma dio mio come fai a dipingere di rosa un centro commerciale nel mezzo di una doppia circonvallazione a tre corsie circondata da casermoni di edilizia popolare lunghi 300 metri e alti 7 piani, 1500 famiglie a casermone, ogni testa che per anni si è affacciata da una qualunque finestra dei quattro casermoni si sarà chiesta: perché rosa?).
Che poi centro commerciale è definizione che nobilita i due piani di negozi, tendoni, outlet e onepound shops che vendono di tutto, dal filo elettrico a metro, alla stoffa per sari indiani, ai fiori finti, gioielli finti, schede telefoniche mamaafrica, ceste di cipolleammuffite-pomodoriacquosi-zucchineinsipide-zenzerostopposo-bananemarce, scarpe di fintapelle, carne scaduta in offerta, posticci e parrucche per nigeriane. Due piani che sono oggi una vivente icona di come si sopravvive a decenni di disinvestimento pubblico e privato, decenni di fervente prima, sospettosa dopo e infine rassegnata attesa che venga qualcuno a salvarti o a rovinarti definitivamente ma che almeno venga a tirarti fuori di lì.

Le pareti dell’uscita n. 11 sono le uniche rimaste bianche, le uniche scampate ad una crisi di coscienza dell’amministrazione pubblica che non si sa quando ha pensato di mitigare la paura da borseggio che ti prende ad attraversare il labirinto sotterraneo, con murales a tema afro-tropicale (le etnie principali dell’area) e influssi di inclusione sociale al punto che in uno dei murales raffigurante un palmizio caraibico campeggia un uomo in sedia a rotelle. Come faccia a spingere la sedia a rotelle sulla sabbia, non lo vogliamo sapere. L’importante e portare rispetto per i diversamente abili. Hai i tropici, che altro vuoi? Una che? Una casa?

Le pareti dell’uscita n. 11 sono quindi le uniche disponibili a convulsioni di subversive street art e io non riesco a capire se questo vandalo benefico sia rimasto folgorato dalla parete vuota e dalle potenzialità espressive delle piastrelline e abbia deciso sul momento cosa scrivere o se invece abbia vagato per ore nel sottopassaggio, alla ricerca dello spazio ideale per segnare il territorio (sognare il territorio) con quella scritta, o se invece sia andato a colpo sicuro: quel luogo, quella scritta, quella tecnica.
M.A.N.I.F.E.S.T.O. (anche se la N lascia un po’ a desiderare e la I maiuscola non dovrebbe avere il puntino) scritto in un monotype costretto, dai limiti della griglia di piastrelline, ad evitare le diagonali della N e della A, con l’eccezione della M che senza quella sarebbe stato più difficile leggere la scritta con un solo colpo d’occhio.
Chiunque sia stato, è chiaro che una volta iniziata l’opera, ci ha messo dell’impegno, dell’intelligenza, della tecnica, si è preso cura, una cura delicata e premurosa, dei dettagli, del lavoro finale, ha pensato a chi l’avrebbe visto. Si è preso cura di me, del mio sguardo, del mio passaggio, di renderlo meno noioso. Perché è facile lasciare un tag con una bomboletta spray, ma quel lavoro lì richiede tempo, richiede stare fermo e lavorarci, e in un sottopassaggio dove gli unici che stanno fermi sono gli homeless che chiedono gli spiccioli è facile farsi notare.
M.A.N.I.F.E.S.T.O. L’avrà scritto tutto insieme? oppure una lettera, una piastrella al giorno correndo il rischio di vedersi il lavoro cancellato, penelope involontaria, e dover ricominciare da capo? Improbabile, siamo pur sempre a Elephant and Castle, il limbo della “riqualificazione urbana che non succede” tranne qualche sempre meno isolato episodio di “iconic housing development” orientato al mercato della impaurita classe media britannica che ha imparato, a suon di mutui e neoliberismo, ad amare appartamenti sottodimensionati e di bassa qualità confezionati in volgari torri e palazzoni ricoperti di pannelli multicolore e ipertrofici bovindi, Elephant and Castle dove qualunque cenno, piccolo o grande, di abbandono, degrado, vandalismo viene visto come una benedizione e segno della necessità di accogliere a braccia aperte quei santi di investitori immobiliari che con sprezzo del pericolo rischiano ingenti capitali (non importa se parte di questi capitali sono le nostre pensioni) per risollevare le sorti di un’area tanto decaduta. Perchè attirare dissapori, ricordando che più tempo passa, più cresce il valore dei suoli e più la gente avrà fame di cambiamento e pur di non dover vedere ogni giorno il loro futuro che non si è realizzato, incarnato in quell’obbrobrio rosso spelacchiato che sembrerebbe deprimente anche in un aereoporto abbandonato della cecenia, sarebbe disposta a farsi trapiantare in un anonimo suburbio depredato di ogni cenno di vita civile, lasciando libero spazio (fisico e non) alla speculazione edilizia a base finanziaria?
E non riesco nemmeno a capire perché proprio M.A.N.I.F.E.S.T.O. che in inglese non ha uso né significato comune, ma una connotazione vagamente elitista, dichiarazione di principi e di fondamenti. Manifesto di cosa? E per chi? Forse, come per un crescente numero di graffiti virus che contaminano in tempi rapidissimi sia zone di Londra che l’immaginazione dei londinesi, anche questo si rivelerà per essere la solita campagna di marketing (come l’influenza suina è una fantastica campagna di marketing per le farmaceutiche in crisi). O forse no. Impossibile speculare senza forzare la mano.
A me resta l’impressione che questa scritta sia una dichiarazione e una domanda, la domanda di chi si chiede di cosa siano manifesto e rappresentazione le foto di un idilliaco futuro urbano incollate sulle impalcature dei cantieri, la dichiarazione di apertura di chi vuole rilanciare un altro futuro in questa partita a poker dalle fiches altissime, il messaggio “uno per tutti” di quelli che vogliono e credono di avere il diritto di sedersi al tavolo da gioco. E vincere.

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