oggi sembra un sogno ma giuro che un mese fa era tutto vero

ottobre 9, 2009 § 18 commenti

Oggi ho rimesso gli stivali per la prima volta, oggi che piove e fa freddo ed è passato un mese. Anzi quattro dall’inizio dell’estate che avrebbe dovuto essere qualcosa che non è stato, ma è stata qualcosa che non avrebbe dovuto essere. Quattro mesi da quella sera in cui ti ho rivisto e sono rimasta sorpresa dal tuo entusiamo nel vedermi più che dalla notizia del tuo divorzio.

Ed è quella sera che è cominciata un’estate strana e per tutta quell’estate strana è stato come se ci stessimo annusando, girando attorno, senza un piano preciso, senza sapere, qualche cena, insieme ad altri, ogni volta ero felice di vederti, c’era una strana vibrazione, c’erano tra noi solo risate e le mozioni del PD. Non mi sembrava dovesse esserci altro.

Poi a Settembre ti incontro per caso, per strada, da solo, ti abbraccio, mi stringi. Ho una borsa con me, mi chiedi se sto partendo. Sto solo andando a passare la notte da amici. Ti do il mio numero, per la prima volta ho il coraggio di forzare la fortuna, di forzarti la mano. Prometto di farmi viva il giorno dopo e il giorno dopo torno e mi faccio viva.

Per quella sera non puoi, dici, ma avrei voglia di vederti prima che tu parta, dici. Letteralmente: avrei voglia di vederti. (Vedere. Me?)

E quindi la sera dopo ci vediamo per un’aperitivo in un locale molto pubblico in un campo molto frequentato, non ci vogliamo nascondere agli occhi di nessuno noi, beviamo un apertivo, noi. E poi qualcosa deve essere successo tra pagare gli spritz e decidere per la cena, perché adesso sono sulla tua barca e mi stai portando a cena su questa barca ed è la prima volta che io vedo Venezia così, dalla barca.

Ed è bellissima. Venezia, di notte, in barca è bellissima.

E poi c’è il vino e il pesce e i tuoi sigari, e io sono un po’ ubriaca e c’è una tenerezza che non conoscevo più e siamo di nuovo in barca, improvvisamente la tua mano che scivola nella mia, la tua bocca sulla mia, le tue mani che lasciano pericolosamente il timone e ancora più pericolosamente si infilano sotto la mia gonna, e non è proprio possibile tenere dritta questa barca e a stento evitiamo di scontrarci contro muri e bricole e poi davanti a noi si apre la laguna, e le mie mani si aggrappano alla tua maglia, la barca veloce sbatte sulle onde, e non so come ma in qualche modo riusciamo ad arrivare a casa. Tua.”Non riesco a staccarmi da te”. Dieci minuti solo per scendere dalla barca.

E io non volevo fermarmi perchè odio il fastidio del mattino dopo quando tutto sembra un grande errore, e ci sono mezzi sorrisi e mal di testa. “Sarei felice se tu restassi”. (Lui? Felice? Che io? Lì?) Allora mi fido e resto e tutta la notte non dormo perchè sono ancora un po’ ubriaca e da ubriaca io non dormo e poi lui russa che sembra il cantiere della terza corsia dell’A21.

E la mattina dopo è la prima mattina fredda dell’estate, quando ti viene voglia di cercare il calore di un altro corpo nel letto e non c’è nessun imbarazzo, nessuno, solo altro sesso, il caffè portato a letto con il vassoio (due tazzine), sorrisi.

E poi dobbiamo uscire. Lui deve andare a lavorare. Io ho un treno da prendere. Lui è silenzioso, mi guarda e sorride sempre. “Come ci lasciamo?” chiedo. “Non c’è risposta” dice e mi stringe con quelle mani ruvide di chi va in barca e mi bacia sul vaporetto pieno di pendolari. In mezzo alla laguna. Che è bellissima.

La laguna, di mattina, in vaporetto con i pendolari è bellissima.

“Chiamami quando ripassi per Venezia”. Si, lo farò. Sono grande, io. Va bene così. So che lui non è un santo nè un signore. Che prende quello che vuole e lascia quello che non gli va. Senza troppe parole e senza fare complimenti. So essere sportiva anch’io.

E invece poi non sono così sportiva e sto impazzendo a ripensare a quella barca e a quella notte e a quella mattina e mi servono due ore e l’amorevole incoraggiamento di mille amici invisibili per decidermi a mandargli un sms  perché mandare sms ti fa sembrare debole e ti fa aspettare ore e poi giorni per una risposta che non arriva mai. Ma io lo mando. Un sms per dirgli che quella notte in barca con lui è stata una delle notti più belle dell’estate. Aspetto una risposta, una qualunque  Non posso aspettarmi nulla. Non è un santo nè un signore. Siamo sportivi.

E invece risponde. Risponde che lui a quella notte ci ha pensato tanto (oddio, ci ha pensato tanto?) e che il ricordo più bello è che io sia rimasta. Non il sesso acrobatico o le discussioni di politica. Ma il mio essere lì (Io. Lui. Lì).

E adesso sono felice, mi gira la testa, sorrido, rido. Dice che spera che si ripeterà. Spera. C’è un uomo che ha una speranza e la sua speranza include anche me. Ditemi voi come facevo a non innamorarmi. Un mese fa. Prima che ricominciasse a piovere.

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