Moralisten!

novembre 20, 2009 § 1 Commento

titolo alternativo:  “il segreto del mio insuccesso (del consumismo non ho capito proprio niente)”.

Parliamo oggi dell’insuccesso professionale che del disgraziato stato della mia vita affettiva ho già tediato abbondamentemente e in note melense alquanto e della mia insoddisfacente condizione residenziale ho stufato pure me. Del disastro finanziario sarà per la prossima volta, quando vedrete comparire qui a sinistra il tasto per le offerte via paypal.

Il mio disastro professionale (over 40 e ancora studente sebbene dottoranda, precarissima e con poche ore di lavoro settimanali pari a produrre uno stipendio per nulla in grado di mantenere uno standard di vita subumano in una città come londra e tutto nella pia illusione di essere sulla soglia di produrre il pezzo di ricerca che cambierà la storia della politca economica applicata all’urbanistica) è dovuto a:

1) una tanto deliziosa quanto da me ignorata mancanza di talento specifico alla quale assegnerei un ruolo minore perchè mi sembra di aver notato molte persone prive di alcuno spessore ricevere allori e riconoscimenti e quindi, io sono sì priva di talento specifico, ma non può essere il mio capro espiatorio;

2) una totale mancanza di modestia e di senso dell’umorismo (vedi punto 1);

3) una inimmaginabile, a meno di essere sotto i 3 anni, riluttanza ad organizzare il mio lavoro in una qualunque forma, sequenza, suddivisione di cose da fare, compartimenti stagni di attività, priorità da osservare, scadenze auto-indotte e auto-rispettate. Insomma sono l’antitesi del can-do-management o come si chiamano quelle cose lì. Anche perchè quando hai organizzato di avere 2 ore di “momento creativo” e poi non riesci a creare, scrivere, ragionare, ti viene una stizza, ma una stizza, ma una stizza che solo altre due ore passate ad aggiornare il software sul computer o riordinare la scrivania possono guarirti;

4) la quarta è per me la ragione fondamentale, ché ha radici lunghe e profonde e non si riesce a sradicare. La quarta ragione del mio insuccesso è che io sono fermamente, profondamente, ineluttabilmente convinta che fare i soldi o avere moderato o tanto successo facendo una cosa che ti viene facile, ecco è un po’ come barare.

Io ancora penso, con mia testa tutta immersa nell’acquasantiera e la croce tatuata dal di dentro sulle ossa del cranio nonostante le frequentazioni di parecchie sinistre italiane, che il lavoro dovrebbe essere molto ben remunerato se quel lavoro implica delle responsabilità vere, non so tipo accendere o spegnere una centrale elettrica o fare un trapianto cuore-fegato-ginocchio o scrivere un libro di matematica per bambini o cambiare i fusibili al server di posta di gmail.

Ma fare i soldi costellando di articoli insapori quei cataloghi di pubblicità che sono gli inserti patinati dei quotidiani o disegnando borsine di raso per raccogliere la cacca degli alani alsaziani o le tappezzerie del SUV ecco mi pare un po’ che ci stiano prendendo per i fondelli.

E così io continuo volare bassissimo e a pensare che se lo so fare, non è giusto farmi pagare per farlo, che ci deve essere, in quello che fai, sempre quel tocco di panico di non farcela. Poi se il panico, come per me, diventa quotidiano e non riesci a fare più niente nè a farti pagare il minimo per respirare, poco importa.

Moralista!

PS: sull’iPhone non mi esprimo che ancora non so se è utile come l’aria o una troiata pazzesca.

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§ Una risposta a Moralisten!

  • alessandra ha detto:

    Io penso che sia ragionevolmente giusto guadagnare molto pur facendo cose che ci vengono facili, purchè siano cose che abbiano una qualche utilità dal punto di vista sociale o umano. Per esempio, se mi venisse facile far trapianti di cuore, non vedo perchè non dovrei essere comunque ben retribuita :-)
    Quello che mi fa rabbrividire è il guadagno esorbitante a fronte del disegno di borsine per escrementi di alani alsaziani, o altri analoghe attività professionali ;-)

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