sono stata anch'io bambina, di mio padre innamorata

dicembre 11, 2009 § 5 commenti

A me mio padre non piace molto. Gli voglio bene perché è mio padre e mi sentirei in colpa a non volergliene ma non ho piacere a passare del tempo con lui. Mio padre è stato il tipo di padre convinto che i padri siano quelli che in famiglia danno ordini e gli altri eseguono, e se non eseguono e ti mancano di rispetto sono gli altri che sbagliano.
Ancora oggi mio padre non ha imparato cos’è una conversazione ed è passato dal dare ordini a fare lunghi e sempre più rinscemiti monologhi su tutto, da itunes agli investimenti in borsa alla moldava di cui si era innamorato tempo fa. Anche se al telefono mi chiede come sto, in realtà lui vuole essere brevemente rassicurato che non sono solo una collezione di debiti e problemi. Basta rispondere che va tutto bene e lui fa ripartire la cassetta delle sue divagazioni. Ha 75 anni. È un suo diritto stare tranquillo e divagare.

Di mio padre e me quando ero piccola ho due ricordi nitidi. Due ricordi che a me sembrano due vite diverse, due persone diverse. Un padre e una figlia moltiplicati per due.

Il primo è vago e dura un attimo. Ho tre anni forse quattro, è sera, sono a casa, ho addosso un pigiama rosso di quelli con i pantaloni con i piedi. Sto giocando in salotto sul pavimento. Poi c’è un breve buco nella mia memoria e subito dopo mio padre apre la porta, è rientrato dal lavoro e mi prende in braccio, mi fa volare sopra la sua testa e mi chiama diavoletto (daltronde con quel pigiama rosso) e io rido, credo. Lui ride. Mi sembra. Ricordo banale, ce l’hanno tutti probabilmente.

Il secondo ricordo comincia con noi due in macchina, io seduta davanti, quindi avrò sette o forse otto anni. È domenica, è primavera e stiamo andando a pescare. Mio padre andava spesso a pescare sul Ticino, aveva una barca con gli amici, qualche volta portava anche me e le mie sorelle. Si partiva la mattina presto ma il mio ricordo comincia che siamo già in macchina lungo una strada provinciale alberata, gli alberi pieni di foglie, sarà Maggio. Una domenica di Maggio degli anni 70. Poi anche qui c’è un buco e il ricordo mi riprende che sono accovacciata sulla ghiaia, in un ansa in secca del fiume e guardo una tinca appena pescata, appena staccata dall’amo, mentre annaspa per respirare, si agita, muore. Ci sono le zanzare e i tafani che mi divorano le gambe e le braccia e la schiena. C’è mio padre che mi chiama, mi spruzza di autan, andiamo all’ombra delle roverelle, dove fa più fresco, io e le mie sorelle, è pronto da mangiare, ci sono le scatolette di tonno consorcio, i panini con il pomodoro preparati da mia mamma, nel mio c’è anche il cipollino fresco.

C’è il sole, l’aria calda, il rumore del fiume. Domani si va a scuola ma tra un mese è finita e si va al mare. Non penso a niente. Guardo mio padre che pesca sereno.

foto di Francesco Federico (via flickr)

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