once we were fire starters

aprile 11, 2010 § 2 commenti

Scrivevamo sul muro i numeri di telefono delle facoltà occupate, numeri che cominciavano con 06, 02, 011, 091. Numeri di città, di edifici, c’era un cordone ombelicale tra questi numeri.

C’erano i fax, c’erano le voci,  i nomi e le facce, ma le facce solo quando ne sentivi anche l’odore.

C’era che andavi in università con le fotocopie dei documenti, che se entra la polizia, ma non entra, ma se entra, ma dai non entra. C’erano quelli della digos che li riconoscevi a 300 metri.

C’era che si dormiva sui tavoli di Scarpa, larghi e lunghi, nei corridoi, in biblioteca, in rettorato (se si riusciva a entrare). in aula magna no, c’erano ancora Vedova e Gramsci che pendevano dal soffitto e non c’erano tavoli. La colazione la sognavi già alle due di notte quando anche i tavoli di Scarpa diventavano scomodi.

C’era che a volte si dormiva in due, e non si dormiva.

C’erano giorni e notti e giorni passate a capire e a parlare, e a capire che capivi solo se parlavi con qualcuno, perché a parlare da solo non si capisce mai niente. c’era l’affidare il proprio pensiero nelle parole di un altro e sapere che non veniva mai fuori uguale ma alla fine veniva fuori qualcosa che sentivamo nostro. C’erano “le commissioni di lavoro”, i documenti, le assemblee.

C’era che io allora, la solita borghesuccia con la kefiah e la gonna a fiori, io mi sapevo un’infiltrata perché non capivo niente e non sapevo niente, e tutto quello che dicevo era neve sciolta e non avevo idea di quello che facevo o andava fatto, e sapevo così poco di niente che credevo che ci fossero delle regole, com’è che funziona il PCI? La piramide trotzkista spiega tuttto, tutto.

C’era che allora ero innamorata dell’uomo sbagliato e forse dell’idea sbagliata, e lo sono ancora e non mi pento, non mi pento, non mi pento (dell’idea, che pensate?) e da allora non ho più avuto la certezza di niente, ma la voglia di guardare sempre tutto diritto negli occhi e chiedere:

cosa sei?

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