un paese serio

maggio 24, 2010 § 7 commenti

La vera notizia nell’ultimo paragrafo. Tutto il resto, boh.

Ogni tanto, nelle solite chiaccherate sopra litri di vino, qualche italiano residente in Italia, mi dice della sua paura che l’Italia come società, economia, governo si stia dirigendo verso una situazione talmente critica che si risolverà solo in una guerra civile o in una nuova marcia su Roma.

A parte che basta guardarsi attorno e fare due più due per capire che socialmente ed economicamente il paese è allo sfascio. Purtroppo lo sfascio si può anche non vedere e molti scelgono di non vederlo o di vederlo come uno sfascio fasciabile perché 1) in Italia tengono ancora le reti sociali e familiari (a scapito come al solito delle donne, imprigionate a doppia mandata in un ruolo di cura dai toni sempre più medioevali e anche a scapito del negare l’esistenza di quel familismo amorale citato da Vendola a AnnoZero); 2) ancora la maggior parte delle persone hanno o la pancia piena o semi-piena o l’illusione di potersi ritagliare a suon di teste chinate e inginocchiamenti, un percorso verso la pancia piena. Magari illudendosi che la testa china sia una figata perché sai l’Italia è il paese di Michelangelo e di dante, la storia, la cultura, blah blah.

Quindi, a parte questo anzi a causa di questo, il paese non crolla né tracolla. Magari, dico io! Magari esplodesse nelle strade la rabbia di chi ha la pancia vuota, magari ci fossero le strade piene di tutta la gente che è stata invisibilmente relegata dentro a classi (sì, hai letto bene, classi) e gruppi sociali a cui tutto è sempre negato e alle quali soprattutto viene negato il diritto a che la loro voce valga come quella di un altro, quelli a cui viene negata la possibilità di pensare se stessi, il proprio lavoro e la propria riproduzione al di fuori del circuito di produzione e consumo del quale sono parte integrante al pari degli schiavi dell’Alabama nel ciclo di produzione del cotone, quelli a cui viene negato il diritto di fare piani per il futuro, di pensare al proprio futuro, quelli la cui identità individuale e collettiva è stata barattata per una modica quantità di sogni precotti, sognati da altri. Magari. Ma no. Il gattopardo, di destra, di sinistra e di centro, di sopra e di sotto, il gattopardo è lo spirito sciamanico che guida l’italico andazzo.

Da qui, i percorsi possibili sono, come ho capito da Peter Marcuse, tre: o ti fai servo del sistema (economico, sociale politico), o lo riformi (ma sì, dai non va tutto così male, ci mettiamo una pezza qui una lì, ci vogliamo bene, ci leggiamo un romanzo, ci guardiamo santoro, mettiamo una firma su facebook e passa tutto), o lo rivolti, cioè fai la rivoluzione, quella sporca e spiacevole, quella che non è un ballo di gala; accetti che le falle di questo sistema siano, non tanto insanabili, quanto proprio parte intima di questo sistema, il suo cuore e polmone. Non puoi estirpare cuore e polmone e sostituirli con un trenino dei lego e una gamba di barbie. Ci puoi solo mettere un altro cuore e polmone. Non serve andare con le molotov per strada ma serve, tra le altre cose, coraggio e sapere che non tutti ne avranno dei vantaggi. E’ chiaro che io performo meglio della pars destruens che in quella construens ma i modi e i contenuti di una qualche rivoluzione dell’attuale stato delle cose si possono, devono trovare insieme. Io da sola non ne ho e se ne ho, non mi fido. Li voglio trovare collettivamente.

Se vi viene da dire che io sono solo chiacchere e distintivo, pensate anche che come la penso e cosa si deve fare per alcune questioni importanti, tipo ruolo della donna e welfare ho già detto a lungo e spesso. In più, giusto perché oggi ho la Marcusite, vorrei sottolineare che i passi da compiere sulla strada che porta ad un ripensamento profondo non del sistema così com’è (perché dove questo è rotto, dove questo non funziona, lo sappiamo tutti benissimo, cazzo!) ma di un sistema nuovo di relazioni economiche e sociali, i passi sono tre: expose, propose, politicise, cioè smascherare, proporre e tradurre in politica (non in “politiche”, che sono solo strumenti per fare, ma politica nel senso di presa di posizione su un modello di società). Ha ragione da vendere Civati quando dice che c’è un percorso da fare tra domanda pre-politica e domanda politica. Dico di più (e sembro Fanfani): il ruolo di un partito, tanto più se ha seppur velate, connotazioni di sinistra, non è dare risposte al paese (una delle più grandi castronerie mai dette: dare risposte al paese. E se la domanda è sbagliata?), bensì aiutare il paese a costruire una domanda politica, accompagnare le domande pre-politiche verso una domanda politica. Se non fa questo un partito cos’è? Meno di una bocciofila, meno della scuola estiva di pallavolo di mio nipote.

Io, visto il mestiere che faccio, e la mia natura di rompiscatole, sono brava nella parte di smascheramento e anche un po’ in quella della proposta. Meno in quella del tradurre in politica. Ma di gente brava a fare quello ce n’è. Ce n’è anche tanta che sta in politica ed è pure eletto a cui non affiderei neanche di portarmi giù la busta della plastica riciclata, ma questo è un altro discorso.

Perché ho scritto tutta questa pappona? Volevo fare solo un’introduzione a questa notizia: George Osborne, il nuovo chancellor, ministro dell’economia e del bilancio britannico (uno di quelli a cui non affiderei il piscio del cane, per dire, uno che “giovane” vuol dire scemo, per dire) ha cominciato dopo poco più di una settimana a tagliare la spesa pubblica (capitale e corrente). Avevano detto che tagliavano. E quindi tagliano. Ed essere conservatori qui, non vuol dire solo essere di destra, ma significa conservare, cristallizzare la situazione a quello che è, tagliando ogni pezzo di stato che ha come funzione promuovere un possibile cambiamento, minimo, irrisorio, ma reale. Sei dentro? Bene. Sei fuori? Crepa ed evita di puzzare se puoi.

Questo, nel male, significa essere un paese serio. Hai detto che fai una cosa, la fai ed esplicitamente, visibile agli occhi di tutti mandi il paese al disastro. Così poi è più facile mandarti a casa. Mica i minuetti e le gattopardate italiane.

Buona serata.

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§ 7 risposte a un paese serio

  • Dantès ha detto:

    sapevo che valeva la pena arrivare fino in fondo. condivido praticamente tutto: su «una delle più grandi castronerie mai dette: dare risposte al paese. E se la domanda è sbagliata?» ho accennato una ola

  • Gary Coopo ha detto:

    oddio, dov’è finito il disclaimer?che hanno tagliato pure quello?!

    • elena ha detto:

      L’ho tolto io. Non è fine per una rompicoglioni come me giustificarsi pure. Uno è quello che è.
      Io sono fine (sembra un titolo per un libro di Faletti, aiutoooooooooooooooooooo)

  • ms.spoah ha detto:

    Sarò approssimativa e sconclusionata come pochi, però vado, eh.1) Finché avremo il Vaticano, quella rete non ce la toglie nessuno, però io confido nella possibilità di passare attraverso le maglie; 2) temo no sia solo un’illusione e in tempi di pance così vuote gli inginocchiatoi vanno ancora più a ruba e lingue come pennelli. Trasformato il servilismo in una forma di diplomazia arguta (difficle da inventare e attuare, lo ammetto), della ricetta di Marcuse terrei buoni tutti gli ingredienti; il punto è calibrarli con maestria. Ieri in radio ho ascoltato un interveno (peccato che al momento non ricordi di chi) che di questa idea indotta di separazione e frammentazione del tutto (cuore-polmone-fegato, diceva lui) parlava a proposito dell’erotismo (ho ascoltato solo uno stralcio, purtroppo)… E ti dirò, la base disfunzionale è sempre la stessa.La pars destruens spesso è propedeutica alla construens: giurin giurello.Occhei, basta. Solo che il tuo post è una finestra cognitiva mica da ridere.

    • elena ha detto:

      Ms, riconosco con te che il post abbia condensato (ma purtroppo non distillato) la mia weltanschauung (visione del mondo?). Che in sostanza è che in Italia i concetti di “cosa ci guadagno” e “cosa ci perdo” siano declinati su linee individualiste/corporativiste e anche puntino molto al ribasso. Non posso dare torto a nessuno di voler difendere il proprio orticello, anche quando non è strettamente hortus conclusus. Non tutti sono o si vivono marci come me. Ma dal marcio può rinascere un fiore, etc etc. (evidente ho solo metafore da giardiniere che sparge il letame, oggi)

      punto per punto.
      1) ma anche tagliarle con il machete le maglie…. non tutti hanno la possibilità di vederle e quindi di passarci attraverso. Comunque intanto mostriamole per quello che sono. Pars destruens / smascherare.
      2) d’accordo. Benjamin diceva di Napoli che i palazzi, le architetture, la città, trasudavano cattolicesimo. Io, per mia indole, seguo i soldi, dove vanno, da dove vengono. (sarà perché non ne ho). Londra la puoi leggere tutta così: follow the money. Il capitale è la mia base disfunzionale preferita, o, la mia metanarrativa, termine con cui sono più familiare.
      3) chiudo sta finestra che se no viene aria
      4) grazie

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