vacanze romane (il celio sopra berlinio)

maggio 28, 2010 § 8 commenti

Chi ben comincia… Parto per Roma e atterro a Ostia, o almeno così sembra a contare i minuti che l’aereo passa in rullaggio sulla pista prima di arrivare in vista di costruzioni simili a hangar aeroportuali. Decido che l’inferno è rollare sulle piste di Fiumicino in cerca di un finger per sbarcare. Senza trovarlo mai. Per sempre. Dopo 3 ore di ritardo.

Trovato finger, sbarcato, ucciso hostess, 42 chilometri di maratona tra corridoi in via di desertificazione, segnaletica sempre più vaga e criptica, dov’è il treno per Termini? E’ quello  di cui vedo il culo in lontananza. Il prossimo tra mezz’ora. 10 persone su tutto il treno e gli australiani con la musica popapalla scelgono di sedersi vicino a me. Sono lusingata ma do il meglio del mio premestruo e loro abbassano. Incollo il naso al finestrino. Stazioni buie. Stazioni di Roma, stazioni dormitorio. Termino a Termini, passo Piazza Vittorio, prendo ascensore, entro casa, bevo vino, crollo letto. Questa città domani dovrà farsi perdonare di avere un sì brutto aeroporto.

E lo fà.

Non sono nemmeno al primo caffè che già sbircio un cielo blublu e sento parlare romano. A Piazza Vittorio. Sono in stato di grazia, evidentemente. Non ti vedo da dieci anni ed è tempo di incontrarti. Mi sono anche messa il mascara e le ballerine nuove di vernice nera. Ciao Roma, come stai? Ciao Elena, che vuoi fare? Portami. Monti, pausa caffè sotto il pergolato, la fontana. Dopo un’ora, portami in farmacia. A comprare i Compeed. Le ballerine nuove.

Gladiatori romani sotto l’Altare della Patria (revisionismo storico?) indossano asciugamani bianchi bordati di frange per le tende. Crisi e iniziativa imprenditoriale. Il candidato discuta.  Più in là, Via del Corso è una costellazione di sassofonisti e “malate di zucchero” in preghiera di fronte a un cestino di ventolin usati in una via lattea di giapponesi e sessantenni in segway alla disperata ricerca di una rinnovata vita sessuale. Anche io giapponese in tour-de-force (e in cerca di rinnovata vita sessuale), dopo pranzo in Via Mario de’ Fiori sto guardando un grappolo di persone intorno a una bacinella.

Macchine in quinta fila con ambigui cartelli “Mediaset. Torno subito” incontro il mio primo e unico politico mentre sto urlando come una pazza sulla mancanza di rigore metodologico dell’analisi di economia territoriale offerta dalla mia personale e premurosa (e soprattutto, romana) guida turistica: la Francia ha mire espansionistiche su Roma? A vedere Palazzo Farnese, sì.

Piazza Navona. I Compeed si sono fusi con le scarpe e i piedi. Chiedo l’amputazione. O almeno un posto fresco in cui sedermi. No, Via Giulia non è un posto fresco in cui sedermi.

La Feltrinelli di Largo Argentina sì, grazie. Scelgo, metto giù (apsetterò il tascabile), pago quello che mi è restato in mano. Esco. Troppi sanpietrini, troppi americani con le caviglie gonfie di mcdonalds e acesulfame. Autobus. Termino a Termini, passo Piazza Vittorio, prendo ascensore, entro casa, bevo vino, crollo divano.

Solo il tempo per un trapianto di piedi e cambio dell’acqua e sono già altrove. A sbraitare come una pazza contro altri rigori non rispettati, ville all’Argentario, cinesi alla catena di montaggio. Circolo degli artisti.

Kruder senza Dorfmeister è perfino meglio di kruder&dorfmeister.

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