9 passi verso il futuro di internet, rete e web

giugno 20, 2010 § Lascia un commento

Traduco e sintetizzo un articolo uscito oggi su The Observer in cui John Naughton, professore di public understanding of technology alla Open University, riflette sui nove punti fondamentali da tenere in considerazione quando pensiamo al presente e al futuro di internet, rete e web. Ho aggiunto, qua e là, note del traduttore (ndt), che però sono commenti del tutto personali sulla situazione italiana.

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Internet si è infiltrata nelle nostre vite e tuttavia sembriamo stranamente indifferenti ai suoi effetti. I media non rendono un buon servizio spesso adombrando internet con una cappa di negatività. E’ utile per l’educazione dei nostri figli ma è piena di predatori sessuali (mica come la chiesa, ndt). Google ci rende stupidi frantumando a nostra capacità di concentrarci. Il file sharing distrugge l’industria musicale. I social network sono il brodo di coltura di branchi vendicativi. Ma se internet è un tale ricettacolo di disastri, come mai oltre il 27% della popolazione mondiale ne fa uso ogni giorno?

9 passi verso il futuro di internet, rete e web

1) Essere lungimiranti: (e imparare dalla storia). Essere dentro una rivoluzione non te ne fa percepire le origini né le conseguenze di lungo periodo. 17 anni dopo la rivoluzione guthembergiana molti suoi esiti futuri non sarebbero ancora stati percepibili (insidiare il potere della chiesa cattolica, facilitare la nascita della scienza moderna, la creazione di nuove classi sociali e professioni, trasformare la nostra percezione dell’infanzia come periodo protetto della nostra vita). Oggi 17 anni dalla diffusione “pubblica” di internet, non sappiamo onestamente dire quali saranno le trasformazioni profonde che porterà. Cerchiamo di restare con la mente aperta.

2) Web e internet non sono la stessa cosa. Con una similitudine con la ferrovia, internet sono binari e infrastrutture e web è tutto ciò che circola sopra i binari e usa le infrastrutture. (Ndt: capire la differenza è importante soprattutto per attivare politiche corrette. Investimenti pubblici per le infrastrutture e regolamentazione, possibilmente con l’obiettivo della gratuità, per accesso).

3) Le improvvise rotture sono una caratteristica, non un errore del sistema. Quando internet è nata, è stata concepita per soddisfare due regole soltanto: non avere nessun centro, nessuna proprietà centralizzata e non ottimizzare la rete per alcuna applicazione. Cerf e Khan hanno creato una macchina globale per la creazione di sorprese. Non serve sorprendersi per l’improvviso inaridirsi del fiume di profitto che un quotidiano riceveva tramite gli annunci pubblicitari. O stupirsi che un’etichetta discografica improvvisamente fallisca. Questi esiti sono qualità “intenzionali” della rete non errori. (Ndt: che però vanno governate, per evitare che a pagare siano utenti o i cognitari lavoratori del web).

4) Pensate ecologia non economia (come categoria esplicativa della rete). L’economia studia la (giusta) allocazione di risorse scarse. Ora, a meno di forzare la situazione (Ndt, come si fa in Italia!) la rete non ha risorse limitate ma si caratterizza per l’abbondanza. Prima di internet l’ecosistema dell’informazione era caratterizzato da pochi produttori piuttosto rigidi in termini di innovazione ed un pubblico passivo. Con l’avvento di internet la biodiversità del sistema si è espansa in modo radicale. Dai dinosauri (di cui parlano Zambardino e Gilioli) a milioni di specie più piccole che consumano, trasformano, producono, aggregano, spezzettano e scambiano informazione. In ecologia, maggiore è la biodiversità e maggiore è la produttività. E nell’informazione? E chi ne trarrebbe benefici? (e chi ne ha paura in Italia? ndt).

5) La complessità è la nuova realtà. Anche volendo tralasciare la metafora ecologica come modello dell’informazione in rete, la complessità non può più essere ignorata. Il problema è che la nostra forma mentis in industria e governo non è preparata a gestire la complessità dell’informazione. Le strategie industriali, dove hanno potuto e con il sostegno del governo hanno puntato a ridurre la complessità (e i rischi ndt) acquisendo competitori, imprigionando i clienti (vedi telefonia e roaming, ndt), standardizzando prodotti. Ma queste strategie aziendali sono controproducenti là dove agilità e velocità di risposta sono l’unica strategia per esistere in rete.

6) La rete è il computer. Pensate ai servizi di webmail. La capacità e velocità di connessione ad un certo punto sono diventate più importanti della capacità o della localizzazione dello strumento con cui ci si connette. La rete fisica è il computer e i nostri pc, mac, ipad, iphone, htc, quello che volete, sono solo porte di ingresso al nuovo gigantesco PC-rete. Questo ha implicazioni serie (che vanno normate) di privacy, sicurezza e sviluppo economico. Qui è anche dove la tecnologia è più avanti della sua percezione pubblica.

7) La rete sta cambiando. Dal web 1.0, pagine statiche dove i produttori di informazione pubblicavano il proprio contenuto (e per molti ancora è così) al 2.0, piccoli pezzi di informazione vagamente connessi tra loro al web semantico 3.0 in cui ciascun pezzo di informazione in rete contiene abbastanza metadati da consentire alle applicazioni che lo leggono di prendere decisioni su cosa farne. Ma ad ogni modo, il web non è assolutamente più solo un mezzo per pubblicare (ndt: anche qui, il dibattito italiano mi sembra carentissimo).

8) Huxley e Orwell sono i reggilibro del nostro futuro. Huxley credeva che l’umanità sarebbe stata distrutta dalle cose che amava. Orwell credeva che l’umanità sarebbe stata distrutta dalle cose che temeva. Postman, prima dell’avvento di internet, dichiarò che Huxley e Orwell sarebbero stati i baluardi del nostro futuro. Traducendo a oggi, da un lato (Huxley) la rete è una fonte infinita di piaceri, divertimenti, consumi, informazione, comunicazione. Questo ha generato preoccupazione per la dipendenza che può generare o per i possibili imbarbarimenti (Baricco ma anche Nicholas Carr). Dall’altro lato (quello di Orwell) internet è ciò che abbiamo di più simile ad un grande fratello di sorveglianza totale e totalitarismo.

9) Il nostro regime per i diritti sulla proprietà intellettuale (IPR) non va più bene. Copiare è per i computer quello che respirare è per gli umani. Facile, senza sforzo. Il nostro regime di IPR è stato concepito quando ogni copia era difficile e costosa. Oltre a questo, le applicazioni in circolazione rendono anche facile e senza sforzo fare “copie non conformi” cioè manipolare (spezzare e rimontare) contenuti digitali. A seconda dei punti di vista questo è un danno o un beneficio ma sostanzialmente rende tutti in grado di “pubblicare” contenuti. Il copyright è violato ma questo è inevitabile (e non sarà certo la repressione a fermare queste attività, ndt). Tra i due, la rete o la regolazione dei diritti, bisognerà agire sulla seconda.

L’originale qui.

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