teratologia della vita quotidiana

luglio 3, 2010 § 5 commenti

Ho passato ore anzi cinquantaminuti per anni, tanti? quattro più quattro come i contratti d’affitto. Otto anni a trovare parole come si trovano i diamanti: scavando con le unghie nella roccia; e racconti e sceneggiature e riti e copioni e romanzi e film e silenzi, imparare ad appoggiare una piccola pietra azzurra sul davanzale di una finestra di una casa in riva al mare, come un messaggio in una bottiglia solo che invece era una piccola pietra azzurra sulla finestra che qualcuno passando avrebbe trovato e avrebbe capito. Non mi affamo più (più o meno), ho degli spazi e dei momenti non abbastanza lunghi di funzionamento quasi normale, quasi produttivo, quasi efficiente, quasi farei felice marchionne, se non fosse per l’adolescenziale predilezione per il disastro ben scolpito e per l’abbandonare ogni impresa prima che giunga a qualunque compimento; ho degli sprazzi di penosa e tenerissima speranza come un malato terminale che ogni tanto pensa che no, ma servono anche quelli a tirare a fine la giornata; ho momenti di puro entusiasmo per qualche “grande narrativa razionale” che mi spiega il mondo come lo voglio spiegato e piegato e stirato e anche momenti di grande calma specie se ascolto la lavatrice e non sempre sono presa o persa nel cubicolo che mi vede sbattere la testa da un lato contro il disperato bisogno di approvazione, debolezza volgare che non mi perdono mai e fonte inesauribile di tutte le cazzate che dico e faccio e dall’altro lato contro il bisogno quasi erotico, sicuramente genitale di spiacere (dispiacere), di pisciare sul tappeto persiano dei luoghi comuni, delle gerarchie precostituite, dei ruoli, delle regole dei giochi. Ogni tanto riesco anche a non prendermi troppo sul serio, questo un dono recente che non so da dove giunga ma è nuovo e santo come un vino e benvenuto. Ogni tanto.

Ma una parola, una poesia, le parole per descrivere il lamento da bestia che dal centro della spina dorsale mi scuote i timpani al punto da dovermi mettere i tappi nelle orecchie per non sentirlo (e lasciare un po’ interdetti i miei compagni di tragediatrenitalia), una parola per quell’urlo strozzato da bestia ancestrale e teratogena che si riconosce perduta e persa e perdente e sempre irrimediabilmente troppo distante da ideali volutamente transeunti, perché io no, perché io no, perché io no? No. Quel lamento da bestia che scopre ancora e ancora di essere solo ombra nello specchio e in quello specchio cerca uno sguardo che non trova: perché io no? No. Perché tu sì? Sì.

Una parola per quel lamento non c’è, un’acqua per quella sete non c’è, un occhio per quello sguardo non c’è. La piccola pietra azzurra l’ho mangiata.

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§ 5 risposte a teratologia della vita quotidiana

  • Gary Coopo ha detto:

    se non ti conoscessi quel poco che ti conosco sembrerebbe quasi un manifesto, io non ci riesco a descrivermi, di certo non così, non coniugando parole mai banali e sentimenti troppo comuni. Poi grazie, per come sei e per avermi insegnato una nuova parola che wikipedinando mi ha fatto trovare tnate idee per nuovi ed inutili disegni.
    E poi non ho capito un cazzo del post successivo a questo, ma non è che si possa ptetendere di cavare sangue da una rapa

    • elena ha detto:

      Ti metti a disegnare mostri?

      “Quello successivo” è il punto di sosta temporanea di una serie di salti che parte da ossitocina l’ormone della comunicazione che però a quanto pare è anche l’ormone dell’invidia e sempre in inglese ma in realtà in tedesco anche l’ormone della schadenfreude, il godimento delle sfortune altrui che è uno dei quattro sentimenti che fan girare il mondo:
      felice se tu sei felice: mudita (in sanscrito)
      felice se tu sei infelice: schadenfreude
      infelice se tu sei felice: invidia
      infelice se tu sei infelice: empatia, pietas

      delectatio morosa è la definizione che la chiesa medievale dava della schadenfreude, il dilettarsi con pensieri cattivi non sessuali, che veniva ritenuto un peccato.
      Io ne sono una praticante professionista.
      (tutto su wikipedia, ma ti mancava l’incipit)

    • elena ha detto:

      comunque io mi descrivo per evitare che lo facciano gli altri, tipo tu, che su una cosa ci hai visto giusto ma io che ci posso fare? così sono.

  • Gary Coopo ha detto:

    sì, disegnerò mostri, meglio quelli dell’ultima idea che avevo avuto che mi aveva fatto scaricare dalla rete foto di carcinomi

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