Goteborg

luglio 16, 2010 § 5 commenti

 

Di Stoccolma non ricordo quasi più niente se non la tomba di Olof Palme nella quale ci imbattemmo per caso, e 50 centimetri di neve appoggiati su 10 centimetri di ghiaccio, i pompieri che staccavano dai cornicioni ghiaccioli lunghi un metro, i piedi congelati e i tuoi mutandoni superpippo. Non ricordo molto altro e quindi non riesco a fare un confronto con Goteborg, dove invece, tra l’altro, faceva un caldo tropicale e inusuale, mi dicono, per la stagione.

Poche cose ho capito di Goteborg ma la più importante è che va guardata da fermi, possibilmente da seduti, fermarsi e guardare la gente passare e guardare le cose, gli angoli, le pieghe e le piastrelle dei muri, i dettagli delle vetrine, gli incastri tra spazi, il vetro della finestra contro i mattoni del muro, il vaso di piante, la panchina di legno, la sedia di ferro, il cuscino, la lentezza dei passi. Tutto ciò che appare nel tuo quadro visivo si compone in un insieme cooperante dove anche ciò che a prima vista stona, trova posto, il suo posto.

L’assoluta ignoranza dello svedese mi rende meno distratta dai messaggi verbali e l’abitudine alla comprensione razionale si allenta e in quel silenzio sono altri sensi a guidare lo sguardo che scopre l’organizzazione delle geometrie, l’incontro empatico tra cose e  persone (non è in fondo questo, lo spazio?), tra oggetti, segni, passi, regole da cui sembra originare lo spirito del design svedese, perché anche se quello che vedi è il risultato causale di una stratificazione nel tempo, involontaria e inevitabile, o forse improvvisa e accidentale (domani avranno spostato la sedia, sarà cresciuta la pianta, vuotato il cestino) se ti venisse in mente di aggiungere un pezzo, un oggetto a questo quadro, vorresti farlo bene, vorresti che di questo quadro diventasse parte, spostandolo un po’, allargandolo un po’. È una città che entra lentamente sotto pelle come le parole dette a voce bassa. Qui tutto c’entra, anche la sbavatura, la lampadina che manca dalla fila di lampadine che illuminano il sottopassaggio sembra aggiungere e non togliere, sembra appartenere.

Camminando, in movimento, non si percepisce nulla di tutto questo e anzi Goteborg, le sue strade o almeno quelle che ho attraversato, sembrano vagamente disneyane, larghe, costeggiate da negozi tutti uguali e bar pieni di uomini e donne a qualunque ora del giorno, ma forse ho sbagliato giorni o forse l’estate e la luce naturale sono beni fugace da sfruttare con voracità. Se la guardi da una prospettiva in movimento Goteburg sembra una paesone in vacanza, anzi, la zona pedonale di una paesone per vacanze lente.

Nei supermercati ci sono i distributori di patate.

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§ 5 risposte a Goteborg

  • Gary Coopo ha detto:

    la cosa più interessante di Goteborg che ho visto è l’enorme complesso in periferia (una sorta di Scapìa svedese), un alveare umano di 1000 famiglie provenienti da ogni parte del mondo, le cui facciate sono ricoperte di balconi su ognuno dei quali c’è un’antenna parabolica satellitare; in quel complesso hanno persino ambientato una serie di telefilm, una sorta di grande fratello condominiale

  • ms.spoah ha detto:

    Però: si pagano? Le patate, dico.
    Ad ogni modo sarebbe stato più furbo mettere dei distributori di patate già cotte. E dì di no!

    • elena ha detto:

      allora ci volevano tanti distributori a seconda del tipo di cottura. efficiente ma di difficile realizzazione tecnica.
      guarda che c’è gente che usa le cucine per cucinare, eh!

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