situation initiale

luglio 30, 2010 § 7 commenti

Non c’è quasi niente di Malpensa che ancora mi stupisca, forse ogni tanto cambia la divisa di questa specie di inservienti controllori che lavorano per qualche società esterna in combutta con chissàchi, stanno lì a istigarti a pesare o misurare la valigia un’ultima volta, raccattano due lire di multa (valigia troppo lunga, troppo pesante) da viaggiatori inesperti o con gli occhi persi nei depliant delle spiagge di Sharm El Sheik e disposti anche all’ultimo inutile obolo per una vacanza di merda a mangiare spaghetti della Valtour insieme ad altri italiani con la voglia di foto sul cammello.

A parte queste minime variazioni Malpensa per me equivale a uno stato di trance, scendo dalla Passat di mia sorella, ci abbracciamo impacciate, evitando si scorgere preoccupazione l’una negli occhi dell’altra, entro, trovo un angolo vuoto, apro la valigia, ci infilo la borsa, tiro fuori il mac, check in, caffè, san pellegrino, controllo di sicurezza, veloce calcolo mentale di cosa dire per offendere e litigare con i dipendenti della sicurezza che si credono forze di polizia ma sono solo più frustrati di quelli veri e a me stanno sul cazzo da quando mi hanno insegnato a odiare la digos durante le occupazioni studentesche.

Sono un’anatra di Lorenz senza capacità di giudizio.

Ogni volta è lo stesso e ogni volta mi sento sempre più stufa di questo spostamento, spaesamento, di questa instabilità, mi aggrappo alla banalità della sala d’attesa, della coda per l’imbarco, alle abitudini degli altri che sono ancorate a oggetti e spazi veri, con odori veri e suoni veri, non come le mie, inventate e vuote. Riti. Frigoriferi non miei, pieni di roba non mia a parte la fetta di feta che lascio sempre nelle case di chi mi ospita e che nessuno mangia mai. La ritrovo lì, mese dopo mese, la butto ne compro un’altra.

Sono una fetta di feta nel tuo frigorifero.

Passo il controllo di sicurezza, con il solito magone di chi non vede la fine di questa sequenza di gesti, infilo la cintura, il cappotto, e butto tutto il resto nella tasca esterna della valigia, girando lo sguardo verso lo Spizzico della sala d’attesa come i cavalli che gli devi tirare la testa con le redini nella direzione che vuoi che poi il corpo segue. Mi tiro le redini verso un caffè. Prima devo passare per le forche caudine di improbabili formaggi regionali e la linea maginot dei profumi di Chanel dai quali il mio naso uscirà esausto e il mio stomaco tristissimo.

Torco il collo dentro la sciarpa che prude, tolgo la trolley dal nastro e faccio scattare il manico con un suono secco che infastidisce visibilmente il giaccaecravatta che mi guarda come se avessi fatto esplodere una bomba nella sua quiete tesa da viaggio di lavoro. Lo mando silenziosamente affanculo e gli faccio una smorfia degna della treenne che sono, alzo gli occhi per verificare il cancello di imbarco, mentre la smorfia si spegne nella stanchezza dei quarantanni. Sempre lo stesso, E24, cazzo controllo a fare. Altro caffè, altra acqua. Idratarsi prima del viaggio. In aereo trovare posto lungo il corridoio per potersi alzare ogni 10 minuti e andare a pisciare senza dover chiedere permesso.

Prima di passare il controllo passaporti mi fermo agli imbarchi nazionali, c’è più posto, mi siedo, apro il mac, infilo la chiavetta della 3 e faccio un giro, lascio qualche commento in qualche blog pensando se cambia qualcosa che io sia oggi qui e domani là, penso se farlo sapere a qualcuno dove sono. Se voglio lasciare che qualcuno mi immagini sospesa sopra le alpi e sopra la sua testa a respirare aria condizionata.

Rimbalza tre volte l’icona di Mail e girano le rotelline per scaricare qualche vincita alla lotteria, calendari di eventi che cancello. Scorro le dita sul trackpad, scopro e nascondo velocemente la cartella dove raccoglievo tutte le tue email. L’ultima risale a tre mesi fa. Non abbastanza da non farmi sperare ancora che di fianco a quel nome compaia un uno. Che non compare. A Londra niente chiavetta.

Chiamano il volo, chiudo, stacco, infilo, scendo le scale, mostro il passaporto imbarazzata per quella volta che dovevo andare a New York e dovevo rinnovare il passaporto all’ambasciata e l’unica foto che avevo sono sudaticcia e con una dolcevita azzurra oscena. Sorrisetto di circostanza al poliziotto nella guardiola, e poi in coda, esco nel freddo di metà novembre che è già buio e penso a Natale.

Un’ora e cinquanta minuti di aria secca, frastuono che annullo con i tappi per le orecchie, giornale, sonnolenza e ritrovo le mie impronte sulla moquette di Gatwick, le pubblicità HSBC, le indicazioni gialle della BAA, la coda al controllo immigrazione, con molto meno imbarazzo, paese civile il Regno Unito, non ti fanno i commentini scemi se hai la foto sudaticcia e con la dolcevita azzurra.

Trenta secondi di meditazione sulla scala mobile prima di uscire dall’aeroporto, e dirigermi verso un indirizzo che non ho, un letto che non ho, e il ricordo di una vita futura che mi tiene in piedi al binario 4 mentre aspetto il FCC per London Bridge.

Situation initale

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§ 7 risposte a situation initiale

  • Laura ha detto:

    (non c’è nulla che io possa dire… solo che questo pezzo l’ho letto e riletto, Elena.)

  • ms.spoah ha detto:

    Le anatre di Lorenz ci osservano, non giudicano. Ho convissuto con un’anatra, anzi due, ed ho imparato cose… Occhei, partivo parecchio svantaggiata, epperò… :-)
    La feta a me piace. E adesso non so cosa darei per un’insalata greca all’ombra col meltemi addosso.

    • elena ha detto:

      convergenza di interessi sulla feta e sulla grecia.
      mi piace la cosa delle anatre: senza giudizio vuol anche dire senza giudicare.

  • barbara ha detto:

    prima o poi vorrei tu scrivessi qualcosa sul perchè NOI donne, femmine, ragazze, metà del cielo e oltre 50% della terra aspettiamo, aspettiamo e aspettiamo che compaia quell’ uno.
    cacchio, ma perchè ogni volta è così o quasi? ma capita anche a Loro?
    io aspetto il mio uno sul cellulare da 6 dico 6 giorni.
    dio, e poi ci dicono che abbiamo perduto la femminilità…

    • elena quelladilondra ha detto:

      eehhhh? io non aspetto nessuno. non tutte le ragazze che conosco aspettano. alcune si (ci vuole l’accento ma ho una tastiera straniera) e le compatisco assai.

      aspetto chi e per fare che poi? non si capisce.

      i maschi sono una palla al piede e prima o poi si trasformano in dei rompiballe insostenibili, rancorosi e pieni di pretese. bisogna prendere e dare senza aspettare: lavoro, uomini, case.

  • barbara ha detto:

    “sperare ancora che…”, vabbè avrò capito male io, come non capisco questa discriminazione al contrario.

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