Biennale primo giorno

agosto 27, 2010 § 17 commenti

La vera prova dell’architetto è il parcheggio sotterraneo: pura efficienza spaziale, non c’è spazio per le stronzate. (E. M.)

In sei anni di assenza non sono riuscita a conquistarmi una verginità visiva e in meno di trenta picosecondi riconosco “the biennale crowd”, piccoli branchi di danesi, o inglesi, o cosa, tutti rigorosamente in divisa da intellettuale dell’architettura.

Colori dominanti il grigio e il nero e fantasie da prada (It’s shit! Yes, but it’s Prada), capelli corti per le donne che fa tanto intellettuale dell’architettura che non perde tempo a pettinarsi la mattina, alla biennale se hai i capelli lunghi e sei donna, sei della stampa o fai PR, ma non sei davvero architetto. Per gli uomini a seconda delle preferenze sessuali, maglietta fina con ampia scollatura su torace magrino, poco peloso e sudaticcio, calzamaglia e pinocchietto aderentissimo a vita bassa tenuto su con bretelle, oppure barbetta di qualche giorno, pantaloni meno stretti che stanno su da soli, camicia stropicciatissma, forse giacca sformata, tracolla vuota, sandali meglio ancora se scalzo.

Nessuno, assolutamente nessuno può esigere pretese di esistenza se non indossa occhiali da vista dalla montatura spessa nera o bianca. Se non li indossi, sei uno della sicurezza o una studentessa che lavora al bookshop einaudi-electa e ti vengono a chiedere le informazioni.

Sette di sera, caldo umido tipicamente Venezia, lo stropicciato è inevitabile. Le facce dei nordici sono molto stropicciate. Ma l’apparenza inganna. Sotto il vestito c’è quello che conta. L’odore di un temporaneo, contingente e troppo breve successo celebrato in tre giorni di ghiaino polveroso, tappeti rossi e masturbazione mutua e collettiva che mi travolge, lanci di riviste che arriveranno felici al numero tre per poi suicidarsi in un blog, aperture di padiglioni con stappi di frizzantini che sono tutto quello che la crisi dell’economia globale può offrire, spilline slogan di nuovi mondi, gadgets ecosostenibili e collanine di ganesh in plexiglas fluorescente simbolo un futuro urbano altermondialista by Audi. Lampi negli occhi di giovani donne e uomini che per un paio di biennali, un ciclo biologico naturale per l’architetto multirazziale e multinazionale, si aggrappano come zecche all’idea di essere la cosa migliore della loro generazione, di aver trovato l’idea vincente, il device agambeniano che scardina il sistema, sentono il fremito di questa energia scorrere nelle vene e nelle gonadi, spermi sterili o destinati a infrangersi contro i preservativi dei mutui da pagare. Tra cinque anni non li vedremo più, sopraffatti dal peso professionale di scegliere la tonalità di bianco per le piastrelle dei cessi del centro commerciale.

Scodinzolo con devozione agli amici che mi hanno procurato un pass personale, anche quest’anno potrò stare dentro e fare la faccia schifata, essere esclusiva e sentirmi esclusa, godimento assicurato. Basta aggiungere un numero imprecisato di vodka orange con cubetti di finto ghiaccio autoilluminante, altre spilline, dj sessantenne con l’ossessione per i talking heads e ho quasi vent’anni e sono quasi felice.

 

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