i don't want to be buried in a pet sematary

settembre 4, 2010 § 11 commenti

Mi dicono che nel resto d’Italia blockbuster stia per fallire. Qui stasera, sarebbe stato meglio che fosse già fallito così mi risparmiavo il noleggio di questa corazzata Potemkin.

Autodafé, il titolo andrebbe interpretato nel suo significato malamente appreso in seconda media e in quel contesto utilizzato come sinonimo di “seghe” ché nel film ce ne sono tantissime di seghe, sia come masturbazione propria che come gente che l’ha fatto, attori, fonici. Bravi gli elettricisti. Oscar solo agli elettricisti.

La quarta di copertina del DVD dice che Autodafé è il film manifesto del Metodo Le cose che so di me, metodo cinematografico fondato su 13 regole. Mi si consenta l’aggiunta della quattordicesima: addio.

La sceneggiatura è direttamente tratta da una raccolta casuale dei peggiori blog erotici su splinder, quelli che usano termini come verga pulsante, asta, umettare il clito perché si sentono degli auteurs della nouvelle vague francese. C’era anche qualcosa tratto da quei blog pseudo S&M dark su blogspot, quelli che per entrare devi confermare che sì, vuoi vedere un contenuto “per adulti” che non vuol dire “intelligenti disquisizioni sull’uninominale con sbarramento” ma “storie di donne vogliose di peni eretti e sensi di colpa da mostrare in ufficio il giorno dopo” anche se poi il blog stesso contiene foto di mezze facce e mezzi culi (non dell’autore/autrice, in genere impiegato alle poste in sovrappeso e quindi, a suo parere, impresentabile come (s)oggetto erotico) e  testo in rosso su sfondo nero che per riuscire a leggere diventi cieco ancora prima di masturbarti non dopo come dice madrechiesa e comunque né le foto né i testi sono dark o maledetti. Solo tristi.

Anche il film è triste. Ma non perché il protagonista è soooooooooooolooooooooooo, gli è morto il papà, e si uccide su una panchina del cimitero dopo essersi ricordato di aver stuprato, a tredici anni, una compagna di classe balbuziente, non perché si spara con una pistola offertagli, per vendetta, dal marito della balbuziente che si è impiccata il giorno che è morto il padre del protagonista che tra l’altro si uccide sparandosi in bocca mentre la vocina della balbuziente gli aveva detto di spararsi in gola, e così facendo manda affanculo ogni senso di rispetto per i morti ma anche per la consecutio logica della sceneggiatura.

No. Il film è triste perché  non ci sono abbastanza scene lesbiche. Solo una virgola cinque. Almeno avrei potuto illudermi che era vagamente porno.

Scena iniziale e scena finale con gatto nero artritico e muto.

Se c’è un maschio che vuole passare di qui stasera io avrei bisogno di toccare due coglioni.

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