"i gatti, secondo me, non amano la musica rock"*

settembre 5, 2010 § 27 commenti

Ho avuto una gatta per 15 anni. È morta di cancro. Poi basta animali. Trauma? No, ma ho preso coscienza che odio sentirmi indispensabile. Non ho voglia né bisogno di avere qualcosa o qualcuno che dipende da me per tutto, che aspetta che io gli tolga la merda da sotto il culo e gli metta da mangiare davanti alla bocca. Se e quando verrà il tempo, lo farò per mia madre, per mio padre, per un amico, ma non ne sento l’urgenza, non è una cosa che definisce la mia vita, essere indispensabile.

Non ho bisogno di inventarmi dialoghi là dove non ce ne sono, preferisco chat roulette, amici, un libro, la psicanalista (ff no). Dici che i gatti ti parlano, che il cane ti consiglia. Non mi hanno mai detto perché non avevo passato il concorso o se era meglio chiamarlo o aspettare che lui chiamasse, né se comprare quel paio di scarpe o chi ero. Se sono giunta a decisioni guardando fisso negli occhi un mammifero non umano, sono certa di poter fare lo stesso (e gli stessi errori) con un quadro di Pollock o ascoltando Nek.

L’assenza di figli me la coltivo come assenza non per sublimazione. Bravi voi che sapete avere tutto armonicamente: gatti, figli, cani, amici e amanti. Mia madre ha tre cani (tre figlie ha avuto) che sono gli unici tre labrador psicopatici che esistono. Tre figlie nevrotiche sublimate in tre cani psicopatici. Tempo fa uno credo l’abbia ammazzato per eccesso di cure, di medicinali. Poi l’ha rimpiazzato con un modello più resistente. Con le figlie non le è andata così bene. Io me ne sono andata di casa a 18 anni. Pazza e obesa.

Un anno fa a Venezia ho rivisto una che era una testa di cazzo quando andavo all’università e in 20 anni è solo peggiorata. Quando l’ho vista aveva un minicane da borsetta che nutriva a regime vegetariano. Con lo spezzatino di soia. Il minicane l’adorava, lei e la soya, senza condizioni né alternative.

Io amo gli animali e gli uomini. Sono esseri viventi, non riesco a metterli a servizio della mia solitudine, della mia noia, della mia letteratura, delle mie scelte politiche.

*Giorgio Celli stamattina su RaiRadio3.
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§ 27 risposte a "i gatti, secondo me, non amano la musica rock"*

  • m ha detto:

    Trovo anch’io che siano orribili quelle persone che impongono su qualcuno, animale o persona che sia, una propria convinzione.

  • Ruz ha detto:

    Sono perfettamente d’accordo con te, ogni singola parola.

  • ms.spoah ha detto:

    Lorenz l’ho amato, Celli no: di lui ho sentito dire cose poco carine, ma d’altronde non mi sembra onesto dare credito a voci di corridoio e io di lui non so niente, in realtà. Però sulla musica rock e i gatti, posso tranquillamente dissentire.
    Non penso che Velvet sia dipendente da me, non lo era neanche smilla. Smilla, quando l’ho portata in campeggio è scappata nella selva sarda; è tornata dopo una settimana a miagolare davanti alla mia tenda, aveva con sè un compagno (gatto) ed era in perfetta forma; poi prese l’abitudine da andar via all’alba e tornare all’imbrunire; non aveva bisogno di me neanche per mangiare. Una collega-capo stronza in cui sono incianpata nel mio dissestato percorso lavorativo usava dire Siamo tutti importanti nessuno indispensabile o qualcosa del genere; lei dipendeva dai psicofarmici e dalle sigarette e sudava puzzolente in sede di chiusura di bilancio. Chapeau manco per niente, insomma.
    Dagli animali e da certi quadri (anche di Pollock, qualcuno) le risposte non mi sono mai mancate, tra l’altro a domande mai fatte. Su Nek non mi pronuncio, ché solo il nome sembra quello di un paperotto di plastica. Il concorso se l’hai fatto in Italia è presto detto perché non l’hai passato e i gatti è meglio che non lo sappiano sennò scappano via pure loro schifati.
    L’assenza di figli non so se esiste, nel senso che potrebbe esserci figlio un/a bambino/a qualunque; il fatto è che l’accudimento lo slegherei dall’idea di possesso; io sinceramente del patrimonio genetico di cui sono (sono?) portatrice me ne fotto… per di più c’è la componente comoda dell’evitarsi i 9 mesi di piedi gonfi e siparetti vari.
    Sulle nevrosi passate di generazione in generazione, illogica staffetta, non mi pronuncio. Certo è che se mai dovessi decidere un giorno di aiutare mio padre – e mia madre pure – con le pappette, prima gliene lancerei una cucchiata ciascheduno in un occhio per rimettermi in pari. Se sarò brava supererò anche questa, niente più impeti di rivendicazione, che è un modo per tagliare i cordoni per davvero e andare oltre l’albero genea(il)logico.
    la testa di cazzo ha un destino infame, tutto sommato. Per no parlare dello sgorbietto alimentato a soya, povero, antropomorfizzazione denaturata… !
    Bene, ho finito ‘sto temino.

    • elena ha detto:

      e meno male che avevo appena cominciato ad attaccare l’insalata.
      ci provo a replicare e mi incasino.
      quando il rapporto animale uomo è chiaro, che sia paritetico, di lavoro, o di potere (come nel caso dell’animale come cibo) mi va bene. Sono le ambiguità, le giustificazioni che mi stanno un po’ sui nervi.
      Io la vedo così: se l’animale che vive con te non può vivere altrimenti che con te, allora è in una posizione di dipendenza o tu lo sei e su di lui la proietti. Se non crediamo a questo e crediamo che un animale può sempre cavarsela da solo, allora non dovremmo condannare chi abbandona i cani.

      Oppure “Non sei tu che scegli un gatto/cane, ma il cane/gatto sceglie te”. E che vo ddì? Alcuni maschi di razza umana mi hanno scelto ma mica che poi io ho scelto loro così, per gratitudine, o perché avevano il pelo morbido e gli occhioni grandi.

      Le risposte e le decisioni stanno nella mia testa, quello volevo dire. Che poi io le tiri fuori da detti meandri guardano un pollo o un gattock, sempre nella mia testa erano. E’ l’antropomo.. quella cosa lì, che non va.

      Sulle nevrosi infine, la patata bollente bisogna mangiarla e cagarla oppure farla cadere o interrompere la catena (vedi figli sì, figli no). La pappetta io non la tiro perché dovrei tirarmela dentro il cervello dove sopravvive l’effige in 3D di quella che se la merita(va). La settantenne di oggi che urla ai cani psicotici non se lo merita.

      • ms.spoah ha detto:

        vabbè, a me lo dici che mi salta addosso uno che si chiama (chiamato, per l’esattezza) Stefano ed è un cane… roba da farci gli esperimenti con il cervello della sua accompagnatrice, chiamiamola così… per quanto il benefico del dubbio è d’obbligo, l’insondabile vasto e il cane magari è contento, che-ne-sappiamo. beh, io non lo so di sicuro. a me piacerebbe avere un giardino, non ce l’ho. in alternativa, poter vivere con le finestre sempre aperte; non si può… manigoldi a parte, parlo solo delle intemperie (e… ) che già io sono l’unica nel palazzo senza sbarre e cancellate alle finestre. smilla era in una gabbietta al gattile, velvet in una gabbiona altrove: se abbandoni un animale appena nato, sei un deficiente, c’è niente da fare, muore di sicuro. il cane sarà pure autonomo, come noi, ma se tua madre e tuo padre (bipedi, dico), tipo, ti lasciano dietro alla porta di un convento o davanti ad un bidone, volendo lasciare da parte i romanzi d’appendice, comunque sono due carogne (fatti salvi i casi di indigenza ed altre ed eventuali). e il tutto comunque e sempre in linea di massima, perché davvero ci sono troppe sfumature per potersi pronunciare con certezza granitica. e poi mi sono persa, ché cliccando su “rispondi” mò quello che hai scritto tu mica lo vedo… ehm…

  • ms.spoah ha detto:

    (errorri blu a go-go :-D )

  • ms.spoah ha detto:

    (doppia, senza tripletta. ho bisogno di doooormireeee!)

  • andreaC ha detto:

    non so. io sono un mezzo gatto, in fondo. la mia visione anarchica si è estesa anche ai miei due gatti e al cane, che avevo vicino fino all’anno passato, prima di cambiare casa.
    Hanno sempre fatto il cazzo che gli pareva, andare e venire. Più o meno come me.
    E poi gli parlavo.
    Certi discorsi, facevamo.

  • andreaC ha detto:

    miao.

  • andreaC ha detto:

    :)

    si fa quel che si può.

    • elena ha detto:

      o si fa o non si fa

      • ms.spoah ha detto:

        la dicotomia dell’azione non l’avevo ancora vagliata… urca.

        • elena ha detto:

          “provarci” implicitamente contiene l’ipotesi di fallimento, una giustificazione preventiva nel caso che.
          E comunque in pratica non esiste provarci. È un atteggiamento della mente. Ma mentre pensi che stai provando a fare qualcosa, la stai facendo, e se ci stai solo pensando non la stai facendo.

          • ms.spoah ha detto:

            mh, se mi togli le “approsimazioni successive” [ (…) uno, al telefono mi sta dicendo “Sono uno studente, eventualmente”… che se non lo sa lui e “Le devo chiedere una dritta” … si vuole iscrivere a un master… capisci la posizione dell’uomo su questo pianeta quant’è grottesca e scomoda a tratti? :-O ] … io continuo con le approsimazioni successive…, senti ammè…

            • elena ha detto:

              non te le tolgo. approssimare non significa provare ma avvicinarsi
              se poi uno nella testa si sente rassicurato dall’essere insicuro, edipicamente inoffensivo, pene floscio ecc. ecc.
              io a quelli chiedo “lei, cosa vuole fare?” che la risposta non è come schiacciare il pulsante per la terza guerra mondiale

              • ms.spoah ha detto:

                procedere per approssimazioni successive la si può chiamare “sperimentazione” a voler dare un tono più serioso o ” procedere a tentoni” se si vuol essere più aderenti alla realtà (notare la forma impersonale loffia), nella fattispecie. che poi le due cose sono come un capello con le doppie punte, a ben guardare, mi sa. vado a prendere il treeeno. news per quella cosa con la gei? vadooo. basin! :-)

  • ms.spoah ha detto:

    … magari ci aggiungo una esse che male non fa, però.

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