collante di femminilità (questo post contiene razzismi)

dicembre 9, 2010 § 22 commenti

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Sono circa venticinque anni che mi sforzo di essere femminile. È uno di quei traguardi nella vita ai quali non riesco a rinunciare anche se so che dovrei. Come quelle che non riescono a dimagrire e più ci provano e meno ci riescono. Io più ci provo più mi ritrovo a condividere lo stesso spazio categorico della confusione di genere.

Conosco a malapena gli ingredienti e sicuramente non tutti. Sicuramente non conosco la ricetta e vi assicuro che c’è non fatevi illusioni, c’è. Vi illudete perché come me non la conoscete, ma c’è. Credo che ci sia un collante, tipo fecola di patate che tiene tutto insieme con delicatezza.

Il trucco ad esempio. Io ho cominciato più o meno a 16 anni ma da allora non è cambiato niente. Io mi trucco e sembro una prostituta stanca alle sei di mattina. Guardo una bella foto su un giornale o su quei blog di femmine che sono femmine e dico: ecco! così devo fare. Poi ci provo, colori, densità di applicazione, posa. Niente. Prostituta. Stanca. Dopo una notte di finti pompini fatti con la mano e il suono della bocca.

Collane? Anelli? Orecchini? Su di me fanno l’effetto albero di natale in piazza, per essere in tema.

Oppure la questione dei tacchi. Quella l’ho in parte superata. Ho trovato delle solette in gel che mi consentono di scorrazzare 24 ore sul 7 e sull’8 e intere serate anche sul 10. Il 12 solo da ferma. Il problema non è sull’altezza ma sul freddo. D’inverno ho bisogno del triplo calzettone che forse con le Mary Jane può ancora andare, ma resta il fatto che il piede compresso nella piega della suola con tacco alto riceve meno sangue e a me si congelano le dita. Quindi ci sono giornate invernali in cui l’appeal dell’UGG diventa irresistibile.

Il freddo mi impone anche intabarramenti da albanese contrabbandato sul motoscafo in adriatico. Concedermi anche un solo strato di maglie a collo alto diventa una sfida con la morte per assideramento. Confesso qui davanti a tutti anche i collant 120 sotto i pantaloni. Io lo so da sempre che la femminilità del guardaroba passa per una ferrea forza di volontà di resistere a qualunque intemperie e nella disperazione, chiamare un taxi, ma ci sarà pure un modo per essere femminilmente agghindata e viaggiare sul bendybus o il doubledecker che sia.

La mattina mi sveglio, mi alzo, ci penso, tutte le mattine ci penso, mi costruisco un’immagine senza volto,solo il corpo. Un’immagine non molto precisa, spesso devo rinfrescarmi la memoria con qualche stimolo visivo di cos’è una donna. Poi l’immagine sfuma e ci sono io. Nugolo di strati e svolazzamenti scoordinati.

Eppure, mi resta questo bisogno doloroso e irreale di guardarmi riflessa in una vetrina e scoprire una donna, di slacciarmi il cappotto e sentire l’odore di una donna, di vedermi seduta come una donna, questo desiderio mai soddisfatto di vedermi qualcosa di diverso da quella che incrocio nello specchio dei bagni dei bar e dell’università, l’adolescente maschio o la vecchia senza estrogeni e la pancia da menopausa o la lesbica senza gusto estetico.

Voglio per me quell’intensità, quella densità, quella viscosità, i toni e i colori molli e profondi che gli uomini riconoscono come una bestia riconosce il territorio di notte e che io riconosco nelle donne che incontro come quelli di un’innata femminilità che mi sfugge, che non so, che non so sentire.

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