zuccherini omeopatici di fastidio

marzo 7, 2011 § 14 commenti

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Da giorni la stessa cosa: led verde lampeggiante, problemi di linea, niente connessione. Chiamo il provider in piena notte, risponde una voce roca e assonnata dallo yorkshire, alle 7 di mattina ci scambiamo sms, nel pomeriggio chattiamo come adolescenti che disegnano cuoricini ma il led resta verde lampeggiante. Prima il router non arrivava e adesso che è arrivato, la linea non va.
Incazzo e scazzo.

Mi sembra di stare in punta di piedi su una soglia, ad aspettare la luce verde fissa come un segnale divino, l’inizio di tutto, il pezzo mancante, lo scoccare dell’ora, e poi? E poi lo so, finisco a fare un altro giro in giostra, cercare un’altra luce verde intermittente e aspettare che diventi fissa, e così via, fare mai niente, passare il tempo a contare il tempo, cercare soglie di porte da misurare e mai superare, dado e segnalino funghetto sul gioco dell’oca, percorsi che vanno da un’autoflagellazione a una schiena voltata, da un occhio cieco a un naso turato.
Led verde fisso dammi il permesso di aspettare il prossimo led verde lampeggiante.

Eppure. Non mi è servito aspettare nessun segnale magico ieri sera per scoprirmi incapace di stare accanto a un uomo se non riesco a infilarlo rapidamente in una delle uniche due categorie che mi hanno insegnato: dolore o impossibile, né per sentire sotto la lingua la voglia timida di scoprire cosa c’è negli interstizi tra queste due categorie e anche tutte le altre possibili, e le sfumature del vocabolario della vita incarnata, l’impossibilità narrativa e la cattiveria implicita della vita presagita.

Non mi è servito nessun apparato, nessuna regola del prima e del dopo per guardare uno studente negli occhi e riconoscere il momento esatto in cui li ha aperti davvero, ha visto quello che gli ho messo davanti e ha capito, calore bianco delle sinapsi che si infiammano, la soddisfazione di una fatica in due e la paura superata che non succedesse mai.

E non mi serve a niente se non sono capace di essere un po’ meno sindrome del PD, lamentatio gnègnè della perdente sfigata che pensa di avere ragione su tutto e non si capacita della sconfitta e scarica la colpa su (e)lettori imbecilli e poco intellettualmente chic, se non so liberarmi della tentazione di essere solo e noiosamente convertita tra i convertiti, coazione alla sconfitta per il gusto di lamentarmi ancora un po’, se non so trovare il coraggio per essere parte volontaria e non pedina giocata dalle forze imperialistiche delle multinazionali della ciuffola o da quelle di un imperativo dover essere portabandiera di paure e storie non mie, se non so smettere di fare la vergine (!) sacrificale senza diventare boia, se non so coltivare questa voglia pruriginosa di essere mora sul rovo, asse di legno leccata dal sole e dallo strofinaccio, pelo sul culo di questa città.

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