tre donne

marzo 8, 2011 § 11 commenti

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Tre donne, italiane, due pugliesi, sotto i 45 anni, dall’illuminato Politecnico barese e una dell’università napoletana, più giovane. Tre donne del sud, che sono rimaste al sud e nelle università del sud. Tre donne non precarie, in posizione confermata, non è un lusso ma forse un po’ lo è.

Tre donne che pubblicano un libro per una importante casa editrice accademica internazionale, che fa copertine rigide con sobrie palette di azzurri, blu e aranci pastello, ottima divulgazione e presenza nelle biblioteche universitarie del globo. Una casa editrice biglietto da visita. Pubblicano un libro per una collana di questa casa editrice che è curata da un maschio italiano, maschio anch’egli del sud, segnato dalla vecchiezza e da una certa mollezza nello sguardo e afflitto da defecazione puzzolentissima con cui appesta i bagni dell’università in cui lavora, bagni unisex, per cui come capite, ho avuto il piacere. E credo anche loro tre.

Le tre donne pubblicano un libro dal titolo non esaltante ma molto attuale e che mi fa sperare in contenuti interessanti e forse un’occasione per imparare qualcosa su un argomento che già conosco e che insegno non senza una certa annacquata ripetitività quindi ogni novità e stimolo sono bene accolti. Perché se c’è una cosa che non sopporto sono quei libri che dicono le cose che tutti vogliono sentirsi dire, che rassicurano i vecchi che i giovani non sono meglio di loro e quindi hanno fatto bene a sceglierli per la carriera. In Italia il giovane accademico è soprattutto un buon amanuense e se pubblica ha molto riguardo per il suo vecchio genitore accademico ed aggiunge solo un po’ di sapere che non turba, non disturba, un pene barzotto appena appoggiato che non dà fastidio, tettine piccine che sovrastano ventri aridi e gonfi di precoci menopause claustrali. In Italia.

Le tre giovani donne italiane non sono precarie ma hanno posto fisso confermato nel sistema accademico dei poli universitari gloriosi del sud ridente. Pubblicano un libro attuale per una delle migliori cinque case editrici internazionali del mondo. È la grande occasione, proprio ora che con la Gelmini le pubblicazioni per contare devono essere internazionali e infatti in Italia è tutto un fiorire di nuove riviste accademiche italiane che comprano al calciomercato dei docenti, i tre stranieri da mettere in consiglio editoriale per internazionalizzare la rivista e vincere lo scudetto al campionato delle fanta-univeristà.

Divago. Vado al punto. Le tre donne sono brave, le conosco, potrebbero mettere dentro il libro delle robe loro, anche cagate ma loro, come faccio io, che poi mi tirano le pigne, ma almeno mi espongo, ci provo, rischio (e perdo) la faccia ma non il culo che voglio poter dare gratis e a chi mi piace. Potrebbero pubblicare pezzi, interessanti o scemi di altre donne, italiane, giovani, precarie che magari ci guadagnerebbero bene da una pubblicazione così.

Potrebbero, e invece no. Invece il libro è uno spiedino di carne marcia di vecchi baronacci italiani E stranieri, cervelli che non hanno niente di nuovo da dire. Tre parti di libro per tre donne e un esercito di maschi con le carriere fulgide ma finite e i coglioni che strisciano terra. E certo, la scusa è che loro sono i maestri, ma dei maestri leggi la roba che scrivevano quando avevano il cervello fino, non adesso, adesso sono lessi come galline vecchie che non ci fai più nemmeno la colla con il brodo.

Potrebbero, e invece no. Perché loro tre sono sì andate in piazza il 13 febbraio, a gridare “se non ora quando” e “dagli alla velina untrice”, ma quando tocca a loro no, adesso ancora no, non è il momento di alzare la testa là dove serve.

Mi chiedo se potrebbero davvero. Forse sono prestanome, la scusa per il canto di una decina di cigni grigi e spennati. Ma perché hanno prestato il nome per una marchetta così oscena che si vede benissimo che invece hanno prestato il culo?

O forse sono coraggiose loro che mangiano la merda puzzolentissima del curatore di collana e restano a far irridere il sud e a gloriare il polo universitario barese e napoletano, restano a fare territorio, non come me che sono scappata e mi sento un’egoista di merda e non ho avuto la forza di restare.
Però ci sono anche i debiti con la coscienza, non aver colto la possiblità di aiutare da lontano. Debiti che io non mi sento di avere.

Potrebbero. Però adesso ancora no. Ma allora quando, ragazze, colleghe, amiche?

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