it’s the year when / some poet said / we must love / or accept the consequences*

marzo 30, 2011 § 7 commenti

 
È un catino di liquidi fisiologici, un po’ bile un po’ amniotico, questo fa bene.
È un pozzo di cantilene nere e di voglie che non ammetto, questo è doloroso.
È compito a casa e compito in classe, dover fare e dover essere e questo fa male (ma forse questa è una delle cantilene nere).
È paurosamente variabile in stile e contenuto, il diario di uno zelig.
Se è uno specchio non mi piace quello che vedo.

È un’infinita attesa, un’aspettativa rabbiosa, un respiro trattenuto, come sono io.
Non è servito a portarmi quello che volevo né a dirmi quello che volevo essere e ho pensato che se mi fossi travestita sarebbe arrivata la risposta. Anche se così la risposta non sarebbe arrivata proprio a me ma una mia versione aliena, estranea.
Troppo facile cadere nell’agonia di volere essere qualcun’altra, cerchi concentrici che mi rimbalzano dentro. Ma mi chiedo se chiudendolo smetterei di stare così male, come quando si accecano gli schizofrenici perché non abbiano le visioni. Non so se la risposta è no.

Se lo tengo aperto, devo smettere di aspettare.
O cambiare desiderio.
E potendo scegliere se essere più o essere meno, scelgo di essere meno.
Ma smetterla, per dio, con questa cazzo di recita da piccola fiammiferaia.

*

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