sui monti di pietra può nascere un fiore

aprile 20, 2011 § 1 Commento

 
Heygate è un nome che fa male in bocca quando lo pronunci. Fa male agli abitanti degli unici 6 appartamenti ancora occupati degli oltre 1200 che sono stati svuotati, un po’ con la forza, un po’ perché chi ci abitava non ha retto a vedersi cancellare tutto intorno e ha preferito andare là dove niente era familiare piuttosto che vedere il familiare estraniarsi e morire. E a questi che restano fa male perché ci si abitua a tutto.

Fa male ai politici e agli amministratori che in 15 anni di investimenti e di parole hanno solo distrutto e svuotato e promesso e niente. Quindici anni di investimenti persi che avrebbero dovuto coprire per i precedenti 20 anni in cui investire in manutenzione, infissi e un po’ di vivibilità sembrava impossibile, inutile. Svalutare per rivalutare. Come diceva Crozza a Ballarò? I vigili mi hanno privatizzato la macchina. Heygate è quello: socializzare i danni e privatizzare i guadagni. Svalutare il pubblico e rivalutare per il privato. Adesso ci sono pareti di finestre murate, diffidenza, paura, montagne di detriti (veri e metaforici). E rendita da mietere.

E però fa male alla grande immobiliare Lend Lease che qui ha speculato e perculato e adesso deve costruire il villaggio olimpico (perché è la stessa, sempre lei, la grande grandissima immobiliare) e si trova tra le mani 700 mila metri cubi, 100 campi da calcio da squadrettare e vendere in fretta, senza andare troppo per il sottile in investimenti a reddito zero, quelli della vita, quelli della città inutile e così necessaria.

Fa male ai designer di società e di architetture, che al terzo o quarto tentativo, un po’ di imbarazzo negli occhi glielo leggi, la vergogna di dover vendere una nuova utopia in sostituzione di quella vecchia, quella dei cattivi genitori, la sfacciataggine di dimostrarsi pronti e orgogliosi di cancellare costruzioni strutturalmente solide e fino a ieri vive per vendere altre utopie urbane anch’esse a breve scadenza, pronti a trovare idee per dare sostanza al flusso di capitali che passando per il cemento si ingrassa, come uno strano alieno parassita che svuota lo spazio di senso e lo riempie di consumo. Il parassita lo vedi anche nelle loro stupide killer images: un “prima” di paesaggi tridimensionali grigi e spopolati e un “dopo” di cieli azzurri, passeggini, vecchi felici di essere vecchi e di consumare la pensione all’ikea.

Fa male ai latino americani che, sì un po’ abusivamente ma sotto gli occhi di tutti compresi gli amministratori, giocavano un torneo di calcio a 10 squadre in uno dei pochi campetti rimasti adesso chiuso e occupato dai detriti della demolizione. Chiuso così, da un giorno all’altro. Si sapeva, dicono. Fa male però, a loro e a tutti quelli come loro che informalmente usavano spazi che nessuno usava. Perché informale si traduce con “senza diritti”.

Heygate andrà giù e verrà su qualcos’altro. Ci sono dentro un po’ anche io a cercare di tamponare futuri disastri. Non so fare altro. Perché i disastri li conosco. So come sono fatti. Li so annusare nell’aria. I successi no, i disastri sì.

Heygate però non è ancora un disastro e non è un deserto. È un anfratto nascosto, è un lembo di città ripiegato su se stesso che ha voglia di spiegarsi. Ci hanno fatto gli orti dentro l’Heygate. In centro a Londra, nel buco del culo della dilapidazione urbana, ci hanno portato la terra e la gente e le piante. E io, che la settimana scorsa sono andata, senza sapere niente degli orti e al solo scopo di incontrare gente senza peraltro riuscirci, al laboratorio per imparare a coltivare i pomodori in giardino e siccome le cose che capitano insieme bisogna tenerle insieme, io vado e mi occupo un orto.
Domenica di pasqua e di coltivazione.

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§ Una risposta a sui monti di pietra può nascere un fiore

  • guss ha detto:

    io agli orti ci andavo a Campalto, sulla gronda lagunare vcneziana. Ci andavo perchè è da un po’ che non ci vado più. Il mio orto, quello assegnatomi, è incolto. Mi vien la depressione. E’ l’unico lotto quello degli orti urbani del Comune di venezia, 26 anni di età, il primo realizzato, senza servizi nè luoghi di ritrovo. Tutti gli altri (dal centro storico, al Lidi di venezia, a Marghera) hanno perfino sale di ritrovo, ristorazione aria condizionata. Abbiamo scritto una lettera aperta al sindaco: non una risposta pubblica, nè una privata. Siamo noi figli di un dio minore? Dovevano servire alla socializzazione, al miglioramento della qualità della vita: ognuno si fa il suo orticello. doveva essere un nuovo modello di convivenza, di condividere assieme… si è cercato di governare la miseria della piccola proprietà in usufrutto… La finisco qui, che mi vien da piangere…

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