improteggibile

maggio 1, 2011 § 8 commenti

Mi tuffo nei tuoi riccioli neri, quelli che da piccola quando danzavi ti dovevamo far tirare per il saggio annuale, tu così piccina sul palco, le assi di legno che cantavano il tuo passo, l’orgoglio che mi davi, i fiori che ti portavo a premio di quella fatica di essere sola. Stringo il tremito delle tue mani, le tue dita spellate dalle stesse paure che mangiano le mie sopracciglia, legame di nevrosi e di sangue, sorelle ma non figlie, agganciate da interminabili serie di identici abitini in ciniglia fino a quando ci hanno fatto il maleficio e quel battito che ci separava è diventato un baratro di due anni di scuola, e io guardavo avanti ad una vita di merende e intervalli e tu? non l’ho mai saputo che hai pensato vedendo la porta che si chiudeva dietro la mia schiena e tu restavi, in quella casa, vuota di tutto. Fino alla sera, quando tornavo e ti insegnavo a dire coniglio. Coniio? No, coniglio, guarda. E te lo scrivevo grande, su un foglio, a te che non sapevi leggere e guardavi due ghrigori di g. È diverso, vedi? Coniio. E le mille lire in tasca, correre in cartoleria a comprare una scatola di lego. Vogliamo la locomotiva. Ma ce l’avete i binari, bambine? No. E allora che vi comprate la locomotiva? La facciamo andare sulle strisce del tappeto.
Noi.
E poi sei diventata quella più grande, mi hai visto morire e non mi hai più cercato. Io non c’ero più, non so dov’ero. Ti ho visto da lontano, muoverti nel mondo dei grandi con il coraggio e l’allegria dignitosa e la fermezza che ti dava l’obiettivo concreto di non dover dipendere da chi non ti aveva dato niente e di poter dare a chi non ti aveva chiesto niente. A me, per esempio. Ti ho visto parlare con tuo figlio, tu e lui, due pianeti che si respirano la vita, la gravità, l’atmosfera. E poi sei diventata quella ancora più grande o io più piccola o forse siamo di nuovo due vestitini di ciniglia di taglie solo un poco diverse.
Ti stringo per farmi vicino ché non riesco a sentire le tue parole sibilate tra le lacrime per l’ennesimo insulto di quest’uomo che ti taglia il respiro, che ti ricatta, che non ha mai voluto bene a nessuno, che oggi mi caccia di casa per togliere a te qualche giorno con me, che morirà affogato nella sua merda con il rolex al polso se prima non lo ammazzo io. O tu.
E allora prendiamo la macchina, tu, io non so guidare, e andiamo. Mille lire? Un po’ di più. Lego? No. Ho imparato un gioco nuovo, si chiama: pomodori. Ma abbiamo i binari? Non ne abbiamo bisogno.
Non ne abbiamo mai avuto bisogno.

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