quando scrivo, è un andare a tentoni nel fumo, ché se (mi) ripeto quello che già so, a che serve?

maggio 4, 2011 § 2 commenti

 
Ci provo sempre, ma non riesco mai a trattenere un sorriso un po’ sciocco al momento del gran finale dei fuochi d’artificio, immancabile punto di riferimento di ogni calendario comunale, crisi o non crisi. È il modo in cui la cosa viva e vera dentro di me, qualunque nome abbia, mi impone o mi concede di toccare il bisogno piccolo e ancestrale di meraviglia per il cielo che cade, il magico che atterra, la sicurezza del rito innocuo che si ripete ogni anno, linea di arrivo e di partenza senza la quale siamo un ciclo stagionale senza confini, senza bordi se non quelli così fragili della pelle.

Mi cerco in una testarda e inutile diversità, eccezionalità, mettermi-a-parte che poi, alla fine, diventa solo distanza da tutti, da me stessa, in fuga dai miei piedi per riuscire ad essere altra, l’altra, un’altra pur di essere, desiderio di omologazione a volte, alla diversità che già c’è, magnetismo che attrae e respinge e tornare indietro sempre più stordita, mal di testa, gola secca. Poi, la stanchezza vince su tutto.

“Con la parola e con l’agire ci inseriamo nel mondo umano, e questo inserimento è come una seconda nascita, in cui confermiamo e ci sobbarchiamo la nuda realtà della nostra apparenza fisica originale. […]Il fatto che l’uomo sia capace di azione significa che da lui ci si può attendere l’inatteso, che è in grado di compiere ciò che è infinitamente improbabile. E ciò è possibile solo perché ogni uomo è unico e con la nascita di ciascuno viene al mondo qualcosa di nuovo nella sua unicità. Di questo qualcuno che è unico si può fondatamente dire che prima di lui non c’era nessuno. Se l’azione come cominciamento corrisponde al fatto della nascita, se questa è la realizzazione della condizione umana della natalità, allora il discorso corrisponde al fatto della distinzione, ed è la realizzazione della condizione umana della pluralità, cioè del vivere come distinto e unico essere tra uguali.”
Hannah Arendt, La condizione umana

Perché dall’unicità non si può sfuggire, ci è iscritta nei geni, connaturata, si manifesta in ogni gesto che non sia fine a se stesso, in ogni parola che non sia una bolla d’aria, è chi siamo quando siamo e basta, l’unicità è inevitabile se non ci lasciamo schiacciare dall’esigenza di essere diversi da o uguali a qualcuno o qualcosa ad ogni costo. O forse nonostante questo e in questa esigenza siamo già unici.

Più difficile è abitare questa unicità e nella stessa vita cercare e trovare le somiglianze e la solidarietà oltre le rigidità del biologico e del banale, nei malcontenti e nelle speranze forse, nel bisogno di casa e di futuro e di storie e di nutrimento e di relazioni. E mantenere e coltivarle abbastanza a lungo da sentirci davvero unici e per questo indispensabili in una collettività di uguali.
E imparare a dire: noi sì.

Quando è inconsapevole, la singolarità non esclude, non chiede nulla, ci libera da manipolazioni di leggi e consumi, ci aiuta a trovare la nostra coerenza di valori, non ci isola ma ci connette, ci regala il diritto e il dovere alla politicità dei gesti, delle parole, delle relazioni, fa un po’ paura come tutte le reali possibilità. Non serve nemmeno volerlo, basta smettere di pensarci e si espande, come il respiro espande i polmoni di un neonato.
E mi vergogno a scrivere noi: non è per incitare le coscienze, ma per cercare sguardi amici tra la folla.

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