donna con aquilone fra le costellazioni

maggio 17, 2011 § Lascia un commento

 
Da qualche notte le volpi fanno danze d’amore e di guerra davanti alla mia finestra. Sono due, immobili, una di fronte all’altra, si fissano con la bocca spalancata e urlano con un suono di motorino d’avviamento con la batteria scarica, una tosse che diventa un trillo. Le sento, mi affaccio, le vedo. Fanno uno scatto, cambiano posizione, un due tre stella e sono di nuovo immobili, ricominciano a urlare.

is there anywhere where you feel safe?
no, not really.

Non ho quello che voglio ma quello che ho, se ce l’ho, deve essere quello che ho voluto anche se non è quello che voglio.
Non so di cosa ho bisogno.
Dipendo da tutto, dipendo dalle cose piccole, contare i gradini delle scale, 19, 13, contare su di me: una testa, qualche migliaia di capelli, una bocca.

what do you feel when you are you?

Mi sfugge questa tua qualità terrena. Ci sono molte cose di cui ho parlato e di cui non voglio più parlare. Della mia pancia, di film, di errori grammaticali, di stupide burocrazie, di persone spiacevoli, di politica che non funziona. Tolto questo e senza uno sfogo nella lamentatio perenne, nelle filosofie alternative, nell’ideologia socialista e nell’ombelicale cosa resta? Poco. Costruire un alfabeto. Scoprire il giallo in una mela rossa.

Ho un occhio verde. È il mio occhio cieco.
Io lo guardo con i miei due occhi marroni e lui non mi vede.
Tranne quando dormo.
E comunque non sempre, forse quasi mai. Anzi mai.
La sera lo metto in un bicchiere di fianco al comodino.
Avevo il mio “e” tra me e te.

You can only live in the present.
I’m stuttering my identity.

E se anche mi sembra che qui non vorrei starci nemmeno un momento, il modo in cui sto inchiodata alla sedia, a lasciare consumare l’acqua nella pentola sul fuoco, immobile, come le volpi, in danza immobile, d’amore e di guerra, forse era proprio qui che dovevo arrivare in questo silenzio balbuziente, senza più niente da dire, scoprire il gusto e gli effetti del mio veleno e del suo antidoto.

Joan Mirò, Le chant du rossignol a minuit et la pluie matinale

Ogni tanto di notte una delle internate nell’ospedale psichiatrico davanti a casa raggiunge le finestre che danno sulla strada. Batte i pugni e la testa contro il vetro e urla come una scannata. Io e i polacchi che dormono nel cantiere ci spaventiamo ma sappiamo che è meglio lasciarla lì.

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