la squaw era il mio costume di carnevale preferito ma poi finivo sempre a fare la geisha o la strega

maggio 27, 2011 § 14 commenti

 
A volte muoio. Non c’è un motivo, forse un suono, una parola, un ricordo che trova la via verso la superficie come una bolla di gas in un lago melmoso. Un suicidio in miniatura della matrioska più piccola, quella senza volto, appena sbozzata nel legno. Succede all’improvviso, è come un fiore che appassisce in un istante, una cisti di veleno nero che esplode, un anello che scivola dal dito, affonda veloce verso il fondo del mare e scompare alla vista in un momento. È una perdita, ma non so di cosa. Ho le cicatrici, una per ogni volta che sono morta.

Ho imparato a sopravvivere in un recinto di certezze fondate su convinzioni volubili e costrizioni, costruito per rimpiazzare quell’incubo indefinito che non è l’assenza di certezze ma l’alternanza crudele di presenza e assenza ripetuta oltre la soglia del dolore, oltre la soglia della cecità, lo sbriciolamento del desiderio di un punto di riferimento anche piccolo, anche labile.

Ho imparato a essere bisogno assoluto di tutto e rifiuto assoluto di tutto.
E non so stare e non so andare, ma ci provo, a modo mio.
A stare, ricevere, accettare. Ad andare, prendere, dare.

Alle volte sono viva.
Ai tavolini del caffè libanese, scroccando sigarette di solidarietà e comunanza al sessantenne socialista e sguaiato dello yorkhire disposto a offrirmi un lavoro.
Al cinema, addormentata davanti a un film muto degli anni venti con due piantine di pomodoro alte pochi centimetri tra le braccia.
Sulla terrazza della casa multimilionaria a bere Montepulciano offerto dall’avvocato gay di centrodestra che mi paga una buona tariffa oraria per sentirsi dire quello che sa e dire a me quello che so.
Nel bunker di vetro senza finestre con il consigliere liberale, imperscrutabile e oscuro come il fratello che non ho ma se l’avessi sarebbe così.

Me ne accorgo dopo un po’ che sono stata viva, mai sul momento.
Il tempo che passa è la distanza che separa il lampo dal tuono e mi dice quanto sono chiusa in quel recinto, quanto distante dalla soglia, quanti passi ho fatto fuori dalla porta. Cerco di non spaventarmi se il tuono si sovrappone al lampo. Molto spesso sono costretta a tornare dentro, infilarmi sotto al tavolo, e ululare. Ma mi devo fidare che anche se non mi è familiare tuttavia non mi è nemico.

Sono arrivata in questa casa, furente e rabbiosa e cieca come un neonato ma già vecchio. Oggi scopro che ho mani e piedi, scopro che sentirmi viva è stare nella tensione dell’incontro con l’altro che sia uomo, libro, idea, bambino, io, senza cercarne la soluzione, o l’assoluzione dal peccato originale dell’essere qui, vivi e impreparati a quasi tutto.
Che vivere non è saper immaginare cosa c’è dentro la borsa della spesa della donna seduta di fronte a te sull’autobus. Vivere è avere voglia di immaginarlo.

Ogni tanto muoio. Affondo come un anello in fondo al mare. Ogni tanto vivo. Bevo vino su una terrazza. Ogni tanto sto a metà, dove sono un sogno sognato da un sogno. Essere E non essere, questo è.

Joan Mirò, Gos bordant a la lluna, 1926

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