sperare mi fa sentire come i cigni delle giostre che girano in tondo con un numero sotto il culo aspettando di essere pescati

luglio 7, 2011 § 4 commenti

 
Nemmeno la pioggia è venuta a turbare la vostra gioiosa dimostrazione di equilibrismo tra entusiasmo gentile e concreto idealismo. Siete una poesia. Senza rime. Senza spettacolo. Senza recita.
Siete il piano inclinato lungo il quale scivolo all’inverso, verso l’alto e l’altro, un traguardo di impegnata dolcezza.

Si spargono intorno onde concentriche di una vibrazione diffusa e vitale, un terremoto buono, sciolto in un vino rosa e innocente quanto una puttana vestita da scolaretta e le mongolfiere di carta, leggère di desiderî si staccano sicure dalle nostre mani e volano via lasciandoci qui, tra gli sguardi e i sorrisi, le sigarette e i tigli, le stelle terrene ed il freddo dell’aria, le pance piene, le cosce aperte.

Inciampo. Dal piano inclinato scivolo giù, così distante da quel mistero vero che diventa doloroso anche immaginarlo, cercare un nome con cui chiamarlo, una forma con cui pensarlo. Difficile trovare un nome con cui farsi chiamare. Allora può sembrare più semplice chiudersi in stanze grigie di rabbia e paura, monadi senza finestre sulle cui pareti proiettare fantasie così antiche e riviste che nemmeno un restauro digitale le riporterebbe alla vivacità della prima volta. Erano film anche allora, giochi d’ombre. La paura è uno sguardo che non vede.

O forse non avrei dovuto smantellare l’esoscheletro senza averne un altro di emergenza da usare quando la voce di un uomo mi fa sobbalzare, desiderare di sbriciolarmi come una falena secca e sparire, anche io mongolfiera di carta azzurra in un cielo azzurro, e lasciare solo l’ultracorpo a scuotere il culo e i capelli in mezzo ad altri culi e capelli nella notte abruzzese gelida e ubriaca che intreccia due papaveri tra le macerie. Ma è troppo tardi per cercare ripari. E non sento così freddo.

Mi appoggio alla stampella del mio respiro che sembra tenermi come l’onda sostiene una barchetta di carta, connubio di resistenza e mollezza. Mi sfugge un sorriso.

La notte prima avevo sognato una collana che si rompeva, scivolavano via piccole perle azzurre e viola. Cosa ci potevo vedere? Ho capito quando ho tenuto in mano il rosario buddista che indosso a scopo decorativo. È un anello chiuso quel rosario, non ha inizio, non ha fine. La collana rotta è un taglio, e il taglio è un’apertura. Da quella notte sogno spesso un uomo e nel sogno ne sono innamorata.

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